“Datazione della Sindone non attendibile, occorre una nuova campagna di studi sul sudario di Torino”

A Catania studiosi contestano i dati pubblicati da Nature nel 1989: “Non c’è la certezza che sia medievale”

23 Maggio 2019
Mariano Campo

La datazione della Sacra Sindone è da rifare, le misurazioni effettuate alla fine degli anni ’80 con il radiocarbonio e pubblicate dalla prestigiosa rivista Nature si sono rivelate non attendibili, alla luce dell’attuale disponibilità dei dati grezzi di quelle misurazioni e di nuovi e più accurati strumenti di analisi statistica. E’ quanto affermano statistici, storici, fisici e matematici nell’articolo pubblicato recentemente dalla rivista Archaeometry (2019) “Radiocarbon dating of the Turin Shroud: new evidence from raw data”, presentato questa mattina nel corso di un convegno che si è tenuto nell’aula magna dell’Università di Catania.

“Non ci sono prove conclusive che la Sindone sia medievale – ha ribadito il professor Benedetto Torrisi, associato di Statistica economica nell’Ateneo -. Molti ricercatori, negli ultimi trent’anni, avevano richiesto, invano, la pubblicazione dei dati grezzi dei tre laboratori (Oxford, Arizona, Zurigo) che effettuarono le analisi nel 1988, e finalmente, nel 2017, il dottor Tristan Casabianca, ricercatore di Storia della Sindone all’Università di Aix-Marseille è riuscito ad ottenere i dati grezzi dal British Museum, dando il via alla ricerca interdisciplinare che ha evidenziato la non attendibilità di quella datazione”.

“Parecchi contributi scientifici, negli anni successivi – ha osservato la studiosa della Sindone Elena Marinelli – hanno evidenziato le inefficienze della datazione, la ricostruzione degli eventi che hanno portato alla datazione radiocarbonica della Sindone nel 1988 e le polemiche successive, con fughe di notizie e mancato rispetto dei protocolli previsti, gettano forti ombre sulla validità del risultato. I laboratori produssero infatti risultati differenti, non riconducibili allo stesso fenomeno, e nella pubblicazione venne omessa la presenza di importante materiale eterogeneo non menzionato nell’articolo su Nature, quale antico cotone o fili blu e rossi”. Le procedure (selezionate dopo più di 10 anni di negoziazioni tra archeologi, esperti di tessuti e Santa Sede) sono state quindi ben lontane dalla perfezione, secondo gli studiosi riuniti a Catania.

«Questi risultati forniscono la prova definitiva che il lino della Sindone di Torino è medioevale», scrissero gli autori dell’articolo su Nature nel febbraio 1989, ma ciò – per il prof. Paolo Di Lazzaro, dirigente di ricerca dell’Enea (Frascati) e vice direttore del Centro Internazionale Studi di Sindonologia di Torino – è alquanto “inusuale” in ambito scientifico: “Tutti i risultati e le evidenze sperimentali sono ottenuti ‘al meglio delle nostre conoscenze’ e sono accettati ‘fino a prova contraria’ – ha sottolineato -. Nei secoli, la Scienza è progredita mettendo in discussione i risultati acquisiti in precedenza, trovandone di nuovi che spesso completano e in alcuni casi smentiscono i risultati anteriori. Oggi pertanto abbiamo una maggiore consapevolezza di quanto sia difficile ottenere una relazione accurata tra il conteggio degli isotopi C-14 e l’età di campioni tessili, a causa della grande permeabilità dei tessuti ad inquinanti che si legano chimicamente alla cellulosa del tessuto divenendone parte integrante”.

L’analisi statistica dei dati grezzi eseguita dal gruppo di lavoro coordinato dal prof. Torrisi con il Data analyst Giuseppe Pernagallo conferma in modo inequivocabile la disomogeneità dei conteggi di C-14 usati per la datazione, probabilmente a causa di un contaminante non rimosso dalle operazioni di pulizia preliminari, un problema difficile da risolvere nella radio-datazione dei tessuti, oggi ben conosciuto e che non era considerato importante nel 1988. Se da un lato una storica come la Marinelli sottolinea i dubbi sulla campionatura, lo stesso Torrisi e Pernagallo confermano che le forti disomogeneità tra i tre laboratori e all’interno dei laboratori sono campanelli d’allarme che attestano la non rappresentatività statistica dei tratti di tessuto utilizzato nella campionatura.

I test statistici condotti già nel 2012 nell’ambito di una ricerca del prof. Marco Riani, ordinario di Statistica metodologica presso l’Università di Parma e direttore del Centro interdipartimentale di Statistica robusta per grandi banche dati, rivelavano che le datazioni fornite dai tre diversi laboratori erano con variabilità omogenea, ma significativamente diverse. “Questa eterogeneità nelle datazioni che sono state pubblicate – ha detto Riani - implica che le dodici stime dell’età della Sindone non possono essere combinate insieme in un’unica misura tramite una media, anche per via della presenza di un ‘trend spaziale’, legato al punto esatto in cui i pezzetti di tessuto dei vari campioni analizzati dai diversi laboratori sono stati tagliati”.

Numerose sono state poi le teorie proposte e altrettanti i tentativi sperimentali di riprodurre (a partire da un cadavere o attraverso un metodo artificiale) un’immagine simile a quella sindonica, ha affermato Bruno Barberis, associato di Fisica Matematica presso il dipartimento di Matematica dell’Università degli studi di Torino e già Direttore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino. “Qualcuno – ha ricordato Barberis - ha supposto che la causa dell’impronta siano state le reazioni chimiche tra vapori cadaverici ammoniacali e sostanze presenti sul lenzuolo. Altri hanno ipotizzato che l’impronta sia stata realizzata da un artista con tecniche pittoriche di vario genere. Altri ancora hanno pensato che a generare l’impronta possano essere state radiazioni di diverso tipo provenienti dal corpo o da sorgenti esterne ad esso”. Le principali caratteristiche chimico-fisiche dell’immagine sindonica – ha detto - sono ormai sufficientemente note soprattutto in seguito agli studi effettuati dagli scienziati statunitensi dello STURP (Shroud of Turin Research Project) sui dati e sui campioni raccolti sulla Sindone nel 1978. In occasione di tali ricerche furono effettuati vari esami (spettroscopia nel visibile e nell’ultravioletto per riflettanza e per fluorescenza, spettroscopia ai raggi X e IR, spettroscopia di massa, termografia infrarossa, radiografia, ecc.), accertando l’assoluta mancanza sul lenzuolo di pigmenti e coloranti e dimostrando che l’immagine corporea, assente peraltro sul retro della Sindone, è dovuta ad un’ossidazione-disidratazione della cellulosa delle fibre superficiali del tessuto. “Ad oggi – ha concluso Barberis -, il processo che ha causato la formazione dell'immagine rimane ancora non noto e necessita di ulteriori studi sia teorici sia sperimentali e quindi l’immagine sindonica deve ancora essere considerata un’immagine sostanzialmente irriproducibile”.

“E’ evidente – ha concluso il prof. Torrisi –che permangono delle ombre sulla datazione radiocarbonica del 1988. Lo schema campionario non fornisce una rappresentatività statistica del telo, anche per via del ‘trend spaziale’ che determina eterogeneità tra le misure restituite ai vari laboratori. E ciò viene confermato da numerosi test parametrici e non parametrici riferiti sia ai dati grezzi che a quelli ufficiali”. “Per tutte queste ragioni – hanno confermato gli studiosi - sarebbe auspicabile una nuova campagna di studi diretti sul telo che dovrebbe avere lo scopo di raccogliere il maggior numero di dati in modo da costituire una mappa completa delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche dell’intera Sindone, da mettere a disposizione degli studiosi in modo che possano lavorare e confrontarsi su dati certi ed attendibili, per giungere a una nuova datazione del Telo di Torino, senza sacrificare altri lembi di tessuto di quella che viene considerata la più preziosa tra le reliquie”.