Valutazione e Governo della conoscenza, un incontro con Valeria Pinto dell'Università di Napoli

La studiosa ha tenuto l'undicesimo seminario dei "Ph.D.Days", il ciclo di incontri per i dottorandi dedicato alla qualità della ricerca e promosso dal Centro Orientamento e Formazione

19 Maggio 2015
Alberto Giovanni Biuso

Giovedì 14 maggio 2015 alla Scuola Superiore di Catania, nell'ambito dei Ph.D. Days, il ciclo di seminari per i dottorandi dedicato alla qualità della ricerca e promosso dal Centro Orientamento e Formazione (Cof), la prof.ssa Valeria Pinto, dell'Università di Napoli ha tenuto un seminario dal titolo "La  bêtise: valutazione e governo della conoscenza".
L'incontro, al quale ha partecipato il rettore Giacomo Pignataro, è consistito anche in un intenso e libero dialogo sulle tesi enunciate dalla relatrice e, in generale, sul significato e sulle funzioni della Valutazione.
La prof.ssa Pinto ha iniziato portando due esempi di valutazione che si possono ben definire epocali. Il primo è il Research Assessment Exercise del 1986, esercizio di valutazione imposto dalla Thatcher e diventato poi modello per gli altri paesi. Le idee e le azioni dell'Anvur è a questo modello che si ispirano. Un secondo esempio è la colossale opera di valutazione esercitata in Germania all'indomani dell'unificazione, quando ai professori universitari della Germania federale fu affidato il compito di valutare i colleghi dell'Est. Il risultato fu l'azzeramento di intere linee di ricerca, la loro dissoluzione.

L'obiettivo di questo tipo di pratiche è la fine del «concordato humboldtiano» sul quale è nata l'Università moderna: un concordato che mirava ad assicurare la distanza tra università e società al fine di garantire l'autonomia dell'istituzione universitaria. E' infatti dietro gli slogan del tutto ideologici della democratizzazione, della rottura dell'autorenferenzialità, della trasparenza, che la nuova università mette fine all'ideale della "libertà e isolamento" e lo sostituisce con la parola d'ordine dell'autonomia. Termine chiave della neolingua, 'autonomia' significa una totale eterodirezione della vita universitaria, sia nelle sue relazioni sia nelle sue strutture e funzioni scientifiche.
L'obiettivo non consiste nel semplice controllo esterno dei comportamenti e dei risultati ma in un cambiamento dall'interno, in una «totale Mobilmachung dei soggetti a vantaggio di strategie istituzionali». La mobilitazione totale deve essere frutto non di obbedienza passiva ma di una sincera e convinta adesione. In termini non foucaultiani -ha osservato la prof.ssa Pinto - «il Gestell-l'impianto, la macchina tecnica- è "produttivo e non repressivo": non reprime ma provoca comportamenti autonomamente conformi alle procedure attese»

Ha aggiunto che bisogna riflettere su una circostanza molto significativa, vale a dire sul fatto «che la valutazione venga oggi presentata come conditio sine qua non della ricerca, quasi si fosse ignari del fatto che la ricerca esisteva ben prima della valutazione e non si sentiva la sua mancanza».
L'imperativo è rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla conversione della conoscenza in economia della conoscenza. Non si tratta quindi di un obiettivo deontologico, efficientistico -riduzione degli sprechi e ottimizzazione delle risorse (per utilizzare la lingua neoliberista)- ma di un obiettivo politico, volto a fare dello spazio della ricerca un luogo di trasmissione e consolidamento della realtà data perché voluta dalle dinamiche stesse del neoliberismo. Pinto ha tenuto a chiarire che dietro e dentro tutto questo non ci sono volontà singole, non si tratta di sospetti 'complottistici', si tratta invece del fatto che le dinamiche politiche e sociali una volta che vengono avviate avanzano come su un piano inclinato, camminano di per se stesse.
In realtà, ha osservato, «la comunità scientifica valuta sempre i contributi prodotti al proprio interno, ma non sulla base di un processo formalizzato e predefinito, mediato da indici o indicatori, bensì sulla base di un giudizio che è altra cosa dalla valutazione, in quanto implica sempre un momento interpretativo, e di un sapere tacito che è tutt'uno con l'esercizio del lavoro intellettuale: una padronanza pratica, una saggezza convenzionale, che solo entro certi limiti può essere esplicitata e per lo più viene comunicata attraverso l'esempio».

Valeria Pinto ha concluso accennando a due dispositivi chiave dell'intera modernità: la servitù volontaria -di cui parla il celebre testo di Étienne de La Boétie- e la trasparenza totalitaria. L'origine della parola trasparenza rivela il fondo oscuro che la pervade: «Trasparenza si compone delle parole latine trans e parere. Parere significa originariamente apparire o divenire visibile al comando di qualcuno. Chi parisce è visibile, ubbidisce senza contraddire. Già nella sua origine etimologica, la parola "trasparenza" aderisce a qualcosa di violento. Corrispondentemente essa viene oggi assunta quale strumento di controllo e sorveglianza».

L'ideologia della valutazione si mostra in questo modo per quello che davvero è: non soltanto un volto mite delle pratiche totalitarie ereditate dal Novecento -tutti noi omnes et singulatim siamo sottoposti a procedure di valutazione destinate a non finire mai, «così pressanti e pervasive che, a paragone, gli strumenti classici del controllo statale appaiono sorprendentemente rozzi e approssimativi»-, di più, si tratta di un'adesione sincera, convinta, ovvia e dovuta; adesione ottenuta non mediante oscure minacce ma «per culmine di chiarezza». Dove in realtà a vedere davvero dentro tutta questa luce sono le strutture e le dinamiche di una società compiutamente spoliticizzata, la società ideale per chi deve guidare processi così complessi che non potrebbero neppure essere concepiti senza la condizione della fattiva adesione di coloro che li devono subire.
La bêtise nella quale la valutazione così esercitata si compie è anche il suo punto di partenza e la sua vera forma di esistenza.