Progettare la mobilità studentesca al tempo del Covid-19: verso una Smart Student Mobility

Intervento dei docenti Gaetano Lalomia, Francesca Longo, Martino Ruggieri e Lucia Zappalà - Cabina di regia per l’Internazionalizzazione dell'Università di Catania

6 Maggio 2020
*Gaetano Lalomia, Francesca Longo, Martino Ruggieri, Lucia Zappalà

L’interruzione della mobilità studentesca è una tra le conseguenze principali che l’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di COVID-19 ha avuto sui sistemi di formazione universitaria in Europa e nel mondo.

Sin dal 1987, anno di lancio del programma Erasmus, milioni di studenti e di studentesse passano ogni anno periodi di studio e di tirocinio presso Università di paesi differenti da quelli nei quali stabilmente studiano. La “generazione Erasmus” è diventata il simbolo di un nuovo modo di intendere la formazione universitaria che si è arricchita della dimensione internazionale e interculturale. La mobilità è ormai considerata un valore aggiunto del percorso di formazione al punto che molti Atenei, compreso il nostro, e molti governi finanziano programmi di scambio che si aggiungono in maniera complementare all’azione dell’Unione europea. Lo scoppio della pandemia ha improvvisamente bloccato il flusso studentesco ed ha “congelato” migliaia di ragazzi e ragazze che si sono ritrovati improvvisamente a vivere una situazione complessa e a fronteggiare aspetti non previsti e non prevedibili della esperienza di studio all’estero.

La fase “dell’emergenza”: l’ossimoro della “mobilità immobile”

Il nostro Ateneo ha dovuto gestire una situazione difficile che ha richiesto nelle prime settimane un lavoro costante di coordinamento con la Commissione europea, l’Agenzia italiana Erasmus, e con gli Atenei e le istituzioni partners dei programmi di scambio.

La tutela degli studenti e delle studentesse “sorpresi” dal COVID durante la loro esperienza di scambio è stato il principale obiettivo di questa prima fase in cui l’attività dell’Ufficio Mobilità Internazionale (UMI) e delle Unità Didattiche Internazionali dei Dipartimenti (UDI) è stata fondamentale per assicurare il supporto per le nostre ragazze e i nostri ragazzi all’estero, e per coloro che stavano svolgendo il periodo di mobilità presso il nostro Ateneo.  

L’UMI e le UDI si sono trovati in prima linea. Grazie al lavoro lucido e determinato della dott.ssa Tutino, di tutti i componenti dell’Ufficio e del personale dei Dipartimenti dedicato alla mobilità internazionale, in un tempo rapidissimo l’Ateneo di Catania è riuscito a compiere una serie di azioni determinanti per organizzare la vita degli studenti e delle studentesse in Erasmus, nonché per garantire il conseguimento di CFU nonostante la complicata situazione.

In coordinamento con la CRUI, sono state redatte delle linee guida che hanno sistematizzato le decine di situazioni differenti che si sono presentate. Si è assicurato il riconoscimento di tutte le attività svolte presso le Università straniere, anche se interrotte a causa del lockdown, si è permesso di seguire le lezioni a distanza sia presso Unict sia presso le Università partners, si è dato accesso alla didattica a distanza a tutti gli studenti e a tutte le studentesse di altri Atenei in mobilità presso i nostri corsi di Studio, si è assicurato un flusso informativo costante e aggiornato.

È stato un lavoro complesso che durante l’emergenza ha reso possibile quello che in tempi normali potrebbe apparire un ossimoro, la “mobilità immobile” che si realizza attraverso contatti virtuali. Tutto questo ci ha reso coscienti delle forze del modello di mobilità adottato fino ad oggi, ma ha messo in luce anche molte delle sue debolezze. Ora che si sta passando alla seconda fase della gestione dell’emergenza, è necessario utilizzare le lezioni apprese durante i primi mesi per prevedere e programmare la mobilità studentesca del prossimo futuro.  

La fase due: ripensare la mobilità

Passata la valanga della gestione dell’emergenza, oggi si inizia a lavorare per la ripartenza della mobilità per i prossimi anni accademici. È sicuramente un impegno ancora più complesso in quanto si lavora in una situazione in cui gli scenari del vicino futuro appaiono con contorni estremamente indefiniti sia in termini di operatività, sia in termini di durata.

Da un lato abbiamo contezza che la “generazione Erasmus” non ha perso il suo entusiasmo: le 960 domande di partecipazione al bando per le borse di scambio per l’Anno accademico prossimo, le numerose richieste di passare il periodo Erasmus presso il nostro Ateneo e l’incremento del numero delle domande di iscrizione degli studenti e delle studentesse provenienti da paesi esteri ai corsi di studio del nostro Ateneo lo dimostrano.

Si tratta di dati di non poco rilievo che ci spingono a continuare a credere al valore degli scambi internazionali nei percorsi di formazione. Questo ci assegna però una grande responsabilità in quanto la mobilità studentesca non può ripartire da dove si è fermata.

L’esperienza COVID-19 ci ha insegnato molte cose. Una delle principali lezioni apprese è che la mobilità umana, a qualsiasi titolo, è globale, ma allo stesso tempo fortemente connessa con la struttura delle opportunità locali. Questo vale anche per la mobilità studentesca e ci serve da punto di partenza per ripensare modelli e strategie che riescano a reggere l’impatto di eventi imprevisti e fortemente invasivi.

Non si tratta esclusivamente di progettare sistemi di didattica a distanza che, pur estremamente utili a gestire i periodi in cui la mobilità reale è compromessa e a sostenere eventuali modelli “misti”, non esauriscono certo le necessità della mobilità “dopo il COVID-19”.

Si tratta, piuttosto, di programmare un modello di Smart Student Mobility che riesca ad integrare aspetti fino ad ora non considerati e che l’attuale situazione ha evidenziato come indispensabili per una mobilità rinnovata. Questo modello deve basarsi sulla centralità dei nuovi bisogni degli studenti e delle studentesse che si muovono alla ricerca di una dimensione globale della formazione, ma che usufruiscono di strutture fortemente localizzate e differenti tra loro. In questo modello è necessario prevedere le necessità e, alla luce di queste, progettare un sistema di formazione che preveda interazione tra didattica - sia nella sua forma tradizionale, sia nella modalità virtuale - e attività di produzione e di condivisione di contenuti e strumenti che migliorino i processi di apprendimento nella loro dimensione transnazionale finalizzati all’acquisizione di conoscenza, ma anche di competenze e di soft skills.

Il nuovo modello, inoltre, non potrà non fare i conti con le esigenze, non nuove ma drammaticamente riscoperte, di mobilità sostenibile in termini ambientali, di tutele sanitarie estese, di progetti mirati a colmare i divari digitali tra le varie regioni europee, di azioni positive che aumentino il grado di inclusività dei progetti facilitando la partecipazione di gruppi specifici di persone che non sono state messe nelle condizioni di muoversi. E’ in questa prospettiva che l’Ateneo di Catania ha avvertito la necessità e l’urgenza di aderire al manifesto dell’Università inclusiva, impegnandosi a intraprendere e ad ampliare attività e programmi a favore degli studenti rifugiati.

Dopo l’emergenza: necessità di includere e fare rete

Una seconda lezione appresa è che “nessuno si salva da solo” e, tantomeno, da soli ci si può rinnovare. I processi di cooperazione sono stati sfidati negli ultimi anni da tendenze nazionaliste e localiste e da modelli “autarchici” di cui proprio la pandemia ha evidenziato il fallimento.

Anche il ripensamento della mobilità studentesca non può fare a meno della cooperazione. La programmazione della Smart Student Mobility dovrà assumere un modello cooperativo orizzontale che preveda la partecipazione attiva di studenti e studentesse e, laddove possibile, processi di cooperazione transnazionale. È questa la direzione che il nostro Ateneo sta intraprendendo.

L’accordo stipulato con le Associazioni studentesche al fine di contribuire alle attività di internazionalizzazione e la partecipazione al programma “Strategic Partnership” sono due passi importanti verso il rinnovamento del modello di mobilità studentesca. Nel primo caso si tratta di coinvolgere la componente studentesca in tutto il ciclo di vita delle politiche che mirano a promuovere il profilo internazionale dell’Ateneo. Nel secondo caso, si tratta di fare rete con Università europee al fine di individuare nuovi modelli comuni mediante la cooperazione, lo scambio di buone pratiche, l’avvio di azioni transnazionali.

*Gaetano Lalomia, Francesca Longo, Martino Ruggieri e Lucia Zappalà - Cabina di regia per l’Internazionalizzazione dell'Università di Catania

 


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