Majorana, la sfida di Kilometro Rosso

Nostra intervista all'ingegnere catanese che dal 2017 dirige il distretto dell'innovazione di Bergamo: "Le nuove idee generino vero cambiamento"

17 Dicembre 2019
Mariano Campo

L'ing. Salvatore Majorana con il rettore Francesco Priolo alla Festa della RicercaA novembre l’edizione italiana di Forbes, il celeberrimo business magazine, lo ha inserito tra i venti leader dell’innovazione nel nostro Paese. Salvatore Majorana, laureato con lode in ingegneria all’Università di Catania è oggi direttore del Kilometro rosso, il distretto dell’innovazione di Bergamo che ha la missione di favorire la collaborazione tra imprese ed enti di ricerca, accompagnando i processi di trasferimento tecnologico e sviluppo di nuovi prodotti.

Per lui, l’innovazione è sinonimo di “creazione di valore tramite nuove idee”: «Se le nuove idee non generassero valore - ha spiegato nei giorni scorsi al Monastero dei Benedettini di Catania, dove è stato keynote speaker alla Festa della Ricerca – Patent Awards 2019 di ST Microelectronics - potremmo al più fermarci sulla soglia dell’invenzione, che è un passo prima. Trasformare un’idea in valore richiede la comprensione dei bisogni da soddisfare, richiede un sistema per trasferire il valore dell’idea al sistema produttivo o alla società, genera cambiamento». «Attenzione però – precisa Majorana -, non tutti i cambiamenti portano valore, pertanto è importante darsi un metodo per misurare ciò che è valore in un ciclo di innovazione. Per semplificare, direi che un’idea genera innovazione se produce progresso e qualità della vita per la comunità. E molte evidenze ci dicono che finora l’umanità è andata incontro ad un enorme progresso. Ma molto c’è ancora da fare…».

Dopo la laurea a Catania, ha iniziato la sua carriera in CSELT - Telecom Italia Lab; è stato visiting scholar a UC Berkeley (USA) e ha conseguito l’MBA dell’INSEAD (Francia e Singapore). Tra gli incarichi ricoperti, è oggi Expert Reviewer dell’ERC - European Research Council e dell’EIT – European Institute of Innovation & Technology per i finanziamenti a progetti d’impresa ad alto contenuto tecnologico, presidente della giuria del Premio Gaetano Marzotto “Dall’idea all’impresa”, mentor di start-up nel circuito Unicredit Start Lab, membro del direttivo del Digital Innovation Hub di Bergamo, membro del Comitato Tecnico Scientifico del Competence Center MADE, membro del direttivo APSTI – associazione dei parchi scientifici italiani, membro del Comitato Tecnico Scientifico della FROM – Fondazione per la ricerca dell’ospedale Papa Giovanni XXIII e speaker e formatore sui temi dell’innovazione in diversi contesti.

È stato Direttore del Technology Transfer di IIT - Istituto Italiano di Tecnologia (Genova), con responsabilità sulla protezione e valorizzazione della proprietà intellettuale, sviluppo di collaborazioni con l’industria e ha svolto un ruolo attivo nell'avvio di Spin Off della ricerca. Ha diretto una società d'investimento orientata alle PMI, è stato manager in AT Kearney e Deloitte e Investment Analyst per il fondo Kiwi II di Elserino Piol. E dal 2017 è alla guida del Kilometro Rosso, uno dei principali distretti europei dell’innovazione, un campus che ospita 60 Resident Partner – aziende, laboratori e centri di ricerca – per un totale di 1.700 tra addetti e ricercatori. Inaugurato nel 2009, il campus bergamasco rappresenta una realtà di riferimento nel panorama internazionale della ricerca e del trasferimento tecnologico: 28 laboratori, 23 progetti di R&D finanziati per oltre 105 milioni di euro, 58 brevetti depositati nel 2018, 70.000 delegati ufficiali provenienti da tutto il mondo, 120 eventi all’anno per promuovere l’innovazione tecnologica con oltre 10.000 partecipanti e più di 450.000 ingressi registrati all’anno.

Come nasce Kilometro Rosso, e cosa potrà diventare con la sua guida?

Kilometro rosso nasce dall’intuizione di Alberto Bombassei, già fondatore della Brembo, oggi leader mondiale nei sistemi frenanti ad alte prestazioni. Quando il presidente progettava di spostare la sede del suo centro di ricerca agli inizi degli anni 2000, immaginò di creare un luogo dove i suoi tecnici e ricercatori potessero trovare spunti e idee da un intenso scambio con persone di altre aziende e di altri settori. L’intuizione che fece la differenza fu nella considerazione che, in un mondo che era già molto cambiato, le competenze interne di un’azienda rischiavano di non esser sufficienti ad affrontare la complessità tecnologica emergente. Per farlo bisognava unire le forze con altre aziende e con le università e centri di ricerca e, per riuscire a fare squadra, serviva un posto dove lavorare assieme. Un progetto di prossimità fisica coniugato con una prossimità progettuale capace di moltiplicare nella collaborazione i talenti dei singoli.  Il celebre prof. Henry Chesbrough avrebbe di lì a poco scritto il suo saggio che delineava i tratti dell’Open Innovation. Kilometro Rosso, in una suggestiva sintonia con quel mondo californiano, era già in marcia.

Il suo background di ‘uomo del Sud’, erede di una grande famiglia siciliana che annovera scienziati e accademici (nda: è pronipote del fisico Ettore Majorana), ha un peso nella sua esperienza lavorativa nella ‘locomotiva’ del Paese?

Direi di no. Non è per via della mia provenienza né tantomeno della mia famiglia che qualcuno mi ha mai riconosciuto qualcosa in più o in meno. Se un po’ di esperienze sono riuscito a farle è perché me le sono cercate, ho lavorato molto e cercato di fare bene e seriamente quello che andava fatto. Credo sia su questo che oggi ho costruito le belle relazioni professionali che mi accompagnano nel lavoro. Una cosa però va detta: chi parte da più lontano è portato a lavorare e correre un po’ di più, forse proprio per dimostrare che in un nuovo contesto merita un proprio posto anche lui. In questo venire dal Sud, paradossalmente, è forse un vantaggio competitivo.

Cosa possono fare le università per incentivare sempre più il dialogo produttivo con le aziende e innescare processi innovativi nel tessuto economico e sociale delle varie regioni?

Vedo la possibilità di agire su due fronti. Da un lato, le Università potrebbero investire più energie nei loro centri di trasferimento tecnologico, dotandoli di personale qualificato e in misura adeguata alle attività di preparazione dei lavori da presentare al mercato, così come quelle di marketing e comunicazione delle loro ricerche. Da farsi con senso pratico e cura ad intercettare i cosiddetti “need” aziendali.
Dall’altro lato, potrebbero studiare dei meccanismi premianti per chi fa ricerca, in modo da stimolare il comparto scientifico a ricercare quel dialogo con l’industria che troppo spesso manca. Se premiamo le nostre persone per la loro dimensione scientifica, questi – a ragione aggiungerei – non avranno alcun interesse a confrontarsi con linguaggi, dinamiche e frustrazioni del mondo imprenditoriale che non portano loro nulla in termini di carriera. Credo che cominci ad esserci una maggiore sensibilità sul punto, ma ancora non vedo soluzioni organizzative adeguate.

Quanto è stata importante l’Università di Catania per la sua formazione?

E’ stata fondamentale, in termini di contenuti, relazioni umane e metodo. Studiare ingegneria a Catania mi ha messo in condizioni di sedermi ai tavoli di importanti aziende e centri di innovazione sentendomi in assoluta sintonia con chi era già lì. Credo che il segreto sia aver passione per quello che si studia e farlo con molta serietà. Se poi lo fai in un contesto di qualità – cosa che a Catania è possibile – quelle che erano grandi fatiche da studente sono diventate soddisfazioni nel business qualche anno dopo.

Quali suggerimenti può dare alle migliaia di giovani siciliani che ogni anno scelgono di continuare a formarsi al Sud? quali percorsi possono mettere a frutto in vista di sbocchi professionali e lavorativi?

Ai ragazzi, ovunque essi siano, direi di non farsi sconti. Bisogna studiare moltissimo e in continuazione: io stesso ancora oggi passo molte ore a leggere ed imparare dalla gente con cui mi confronto. E poi bisogna viaggiare, esporsi a nuovi contesti, rischiare un po’, a costo di fare errori. Non mi fido mai di chi non fa errori, credo che sia il segreto del progresso saperli fare e saper imparare da essi.
Se dovessi sbilanciarmi su un percorso, premesso che i lavori hanno cambiato i loro connotati e ancora cambieranno nel prossimo futuro, direi a tutti di concentrarsi su una robusta base tecnica – informatica, fisica, matematica, ingegneria, statistica, biologia, medicina, etc. – perché non ci sarà mestiere che non dovrà farei conti con queste discipline, nemmeno quelle che ai più sembrano solo di taglio umanistico. Non credo che potranno in futuro esistere avvocati, notai, filosofi, psicologi o archeologi che nella lettura dei dati e nella gestione del loro lavoro potranno prescindere da aspetti tecnologici prima impensabili per loro.