Mafia e antimafia, Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo incontrano gli studenti

 "Occorre un salto di qualità culturale importante, manca una riflessione seria su cosa sia l'antimafia"

22 Marzo 2016
Alfio Russo

"L'antimafia ha fatto cose serie, importanti, ma da un certo momento in poi è emersa un'antimafia strumentale, di facciata. Per cui se si vuole vincere davvero la mafia occorre una riflessione approfondita che dovrebbe indurre a ripensare l'antimafia stessa sia dal punto di vista del modo di farla in linea teorica, sia nell'applicazione concreta dal punto di vista pratico. Occorre un salto di qualità culturale importante che io ad oggi non vedo nelle associazioni antimafia, anche tra quelle più impegnate, perché tra retorica, business e opportunismo manca una riflessione seria su cosa sia l'antimafia".

Con queste parole Giovanni Fiandaca, professore ordinario di Diritto penale all'Università di Palermo, dinanzi ad una folta platea di studenti di Giurisprudenza e di altri dipartimenti, ha tracciato la linea da seguire per combattere la mafia nel corso dell'incontro che si è tenuto lunedì, nell'aula I di Villa Cerami, dal titolo "Mafia e antimafia: ieri e oggi - Perché abbiamo bisogno di pensare che la mafia abbia vinto e debba sempre vincere?", in coincidenza con la XXI Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Una conversazione con i docenti dell'Università di Palermo, Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo, autori del saggio La mafia non ha vinto, organizzato dal dipartimento di Giurisprudenza, introdotta dai docenti di Diritto penale, Giovanni Grasso e Anna Maria Maugeri, e di Storia contemporanea, Luciano Granozzi.
"Le giornate della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie non devono rappresentare soltanto dei momenti commemorativi, bensì devono essere giornate di testimonianza civile - ha detto in apertura dei lavori il rettore Giacomo Pignataro -, proprio l'Università, oltre ad essere un presidio contro le mafie, deve rappresentare un luogo in cui gli studenti di tutti i dipartimenti devono approfondire le tematiche della mafia e dell'antimafia in quanto argomenti trasversali e non solo degli studenti di Giurisprudenza. Non a caso in Ateneo sono stati attivati diversi laboratori di formazione trasversale perché tutti gli studenti devono avere competenze professionali diverse di tanti corsi di laurea per confrontarsi su fenomeni socio-culturali come questo".

 

E sul tema della mafia ed antimafia, il rettore ha precisato che si tratta di un argomento da "trattare con rigore, ma che purtroppo ormai contornato da tanta retorica quando si parla di lotta alla mafia". "Occorre contestualizzare più che mai il fenomeno mafioso dal punto di vista socio-economico alla luce degli affari criminosi condotti su scala internazionale - ha aggiunto il rettore - e nel rispetto di chi ha sacrificato la propria vita nella lotta alla mafia è arrivato il momento di mettere da parte slogan e demagogia e passare davvero ai fatti".

Su quest'ultimo tema si è soffermato Salvatore Lupo, ordinario di Storia contemporanea, il quale ha evidenziato che "l'antimafia ha rappresentato un importante movimento di opinione del nostro Paese ed anche di rinascita del Paese, ce n'è stato grande bisogno e ce n'è tuttora, ma occorre definire al meglio i suoi scopi perché in un'era post-corleonese si deve ben capire che se tutti diventano antimafiosi si corre il rischio che anche i mafiosi diventino antimafiosi o quanto meno fingano di essere antimafiosi".

Sul movimento antimafia, dal punto di vista storico-culturale, Lupo ha evidenziato che "è stato contemporaneo alla distruzione dei partiti, anzi prima alla crisi dei partiti e poi alla distruzione degli stessi, quindi in qualche modo occupa uno spazio politico, molto vasto, di un'opposizione politica e sociale". "Questo spazio però è troppo vasto e allora dobbiamo evitare il rischio di dire che tutto è mafia, che qualsiasi problema nel nostro Paese è mafia, che qualsiasi manifestazione di corruzione politica è mafia - ha aggiunto Lupo, vicedirettore della rivista "Meridiana"di cui è stato fondatore, nonché membro del comitato di redazione di "Storica" -. Si rischierebbe così di perdere la lotta alla mafia. L'antimafia è stata positiva, ma c'è il rischio di sconfinare nel moralismo e su questo si deve lavorare laicamente senza farci spaventare dalle parole e dai concetti".

Dal punto di vista giurisprudenziale, invece, Giovanni Fiandaca, ordinario di Diritto penale all'Università di Palermo ed autore con Enzo Musco di un noto manuale di diritto penale, si è soffermato sul reato di concorso esterno "che nasce combinando i reati di associazione mafiosa con norme su concorso di persona, ma che purtroppo deve fare i conti con una base normativa molto debole e contenutisticamente molto povera per cui la ricostruzione dei presupposti del concorso esterno è inevitabilmente affidata ad un'opera di concretizzazione del legislatore". "Di conseguenza, con una base normativa labile, ma esistente, giurisprudenza e dottrina sono costretti a riempirla - ha aggiunto il docente -. E' un istituto di difficile prova giudiziaria anche dopo la storica sentenza Mannino" con cui la Cassazione, nel 2005, ha assolto l'ex ministro dall'accusa di aver avviato all'inizio del 1992 la trattativa fra pezzi dello Stato e i vertici di Cosa nostra. "Occorre ridefinire un intervento del legislatore anche se sono scettico - ha aggiunto il prof. Fiandaca -. Si tratta di responsabilità politico-giurisprudenziali che il Parlamento ed il legislatore deve tentare di definire senza altri papocchi".