L'istinto della formica

Al Castello Ursino di Catania una mostra di opere d'arte che appartennero al Monastero dei Benedettini

14 Aprile 2017
Dario Stazzone (ph. S. Torregrossa)

Giovedì 30 marzo, nelle sale ducentesche del Castello Ursino, è stata inaugurata la mostra L’istinto della formica. Arte moderna delle collezioni benedettine dai depositi del castello, curata dalla prof. Barbara Mancuso, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania. La mostra è il punto di approdo di un lungo percorso di ricerca che la Mancuso ha dedicato al mecenatismo del cenobio catanese ed alla formazione delle collezioni civiche: tappe di questo itinerario sono la pubblicazione del saggio Castello Ursino a Catania. Collezioni per un museo (Kalòs 2008), Le raccolte del canonico Giuseppe Alessi e il collezionismo in Sicilia tra il XVII e il XIX secolo (Magika 2012) e il recente intervento Le “pitture benedettine”, incluso nel volume Breve storia del Monastero dei Benedettini di Catania (Maimone Editore 2015). 

La mostra si colloca nel quadro della collaborazione tra l’Ateneo e l’amministrazione comunale, in virtù di un progetto di ricerca del Disum intitolato La storia delle collezioni per l'educazione al patrimonio. Arte antica, medievale e moderna al museo civico di Castello Ursino (FIR 2014-17) che interseca la volontà del Comune di Catania, e in particolare dell’Assessorato alla Cultura, di valorizzare le raccolte artistiche custodite nel museo. Tutti gli oggetti posti in mostra, infatti, provengono dai depositi e dall’esposizione permanente del Castello Ursino, con l’unica eccezione di un prestito della diocesi di Catania: il prezioso reliquiario del Santo Chiodo, capolavoro dell’oreficeria del XVIII secolo, opera di Saverio Corallo in oro sbalzato, cesellato e bulinato, ricco di pietre preziose. All’inaugurazione, oltre alla curatrice, hanno preso parte rappresentanti dell’amministrazione comunale, il sindaco Enzo Bianco e l’assessore Orazio Licandro, i rappresentanti del Disum, la direttrice Marina Paino e la vicedirettrice Carminella Sipala, la responsabile dei musei civici Valentina Noto e un folto pubblico.

Il titolo della mostra ricorda una frase di Dominique Vivant-Denon, futuro direttore del Louvre, che visitò il museo dei padri benedettini di Catania nel 1779, così descrivendolo: «Ad ogni istante si riscontra in questa collezione, come in tutte quelle dei monaci, l'istinto della formica che raccoglie ed accumula indiscriminatamente e con la stessa passione il chicco di grano e l'inutile pezzo di legno: felice istinto questo, da cui sono nate le prime collezioni». L’esposizione aduna pezzi provenienti dal Museo Benedettino, un tempo ospitato nelle sale limitrofe alla biblioteca dei monaci: costituito da diverse sezioni e già esistente negli anni Quaranta del XVIII secolo, il museo comprendeva diverse tipologie di oggetti - terrecotte e maioliche, quadretti su diverso supporto, arredi di squisita fattura, bronzetti moderni, armi, avori, “curiosità” - ma anche, accanto alle raccolte di antiquaria e a quelle di storia naturale, una serie di dipinti la cui analisi è stata finora trascurata. 

Solo di recente gli studi dedicati alla storia della formazione della collezione hanno consentito di definire meglio la consistenza delle raccolte artistiche. La stessa mostra del Castello Ursino, mettendo assieme materiali eterogenei frapposti all’esposizione archeologica, restituisce al visitatore la sensazione della Wunderkammer, la varietà propria della “camera delle meraviglie”. Nella prima sala sono presenti i ritratti dei monaci fondatori del museo, Vito Maria Amico, Placido Scammacca ed Emiliano Guttadauro, responsabile del museo dal 1790, cultore di naturalia fattosi ritrarre con diverse specie botaniche e malacologiche (tra esse si scorge la conchiglia da lui determinata, la Cypraea guttadauri). Gli oggetti esposti ricostruiscono la ricchezza del monastero e l'importanza di alcune ricorrenze religiose come la festa del Santo Chiodo, rappresentata da alcuni paramenti liturgici, dal prezioso Baldacchino collocato nella sua posizione originale e dal reliquiario che si riteneva contenesse uno dei chiodi di Cristo. 

Nella seconda sala sono esposte le opere identificate tra quelle che il famoso organaro Donato Del Piano ha ceduto ai monaci nel 1775. La collezione comprendeva numerosissimi quadri quasi tutti di soggetto religioso, in larga parte seicenteschi, considerati nell'inventario «di ottima mano» o attribuiti a famosi pittori: dalla Deposizione ritenuta di Caravaggio, in realtà una copia del Ribera, alle nature morte di Aniello Ascione, dalle opere di Mario Minniti al San Gennaro attribuito a Francesco Solimena.
Nella terza sala si scorgono alcuni dei numerosi «quadrettini» documentati nel museo dei monaci, realizzati su diversi supporti e con tecniche diverse: «sopra pietra», «sopra lava», «sopra legno», «sopra tela», «in rame», «sopra tavola», «a mosaico», intarsiati con madreperla, «lavorati con drappi di seta», in cera o «cinesi», senz'altro apprezzati per la rarità dei materiali e per la particolarità delle tecniche di realizzazione. Questi quadretti testimoniano, per altro, la capacità virtuosistica della ceroplastica, assai diffusa in seno alla cultura barocca siciliana. Dal gruppo emerge isolato il Ritratto d'uomo di El Greco già apprezzato da Maganuco nel 1933 e poi dimenticato nei depositi del castello: l’attribuzione al grande pittore, in base ai raffronti stilistici, è stata accolta da Valter Pinto.

Per il resto sono diverse le opere descritte dalle fonti ottocentesche poste in mostra: tra esse spiccano l’Ultima cena del Morales, il pittore tanto apprezzato da Filippo II di Spagna, ed alcune tele del Ribera, testimonianza dell’hispanidad sempre presente nella cultura e nelle raccolte d’arte siciliane; una scelta di tavolette bizantineggianti che rappresentano l’attenzione dei monaci ai “primitivi”; reperti medievali e rinascimentali, copie dall’antico confacenti al gusto per gli antiquaria del XVIII secolo. Una mostra ricca di sorprese e motivi d’interesse, di importanti riscoperte, che permette di riappropriarsi di uno scorcio prezioso della storia, del collezionismo e della cultura nel XVIII secolo.