Le prospettive future nella lotta alla criminalità organizzata

A Giurisprudenza un convegno promosso dalla docente Anna Maria Maugeri

16 Gennaio 2018
Giuseppe Melchiorri

Analizzare la complessità delle questioni scaturenti dalla pressante esigenza di contrastare le sempre più frequenti interazioni e cointeressenze tra la criminalità economica e la criminalità organizzata, fornendo un quadro composito degli strumenti di prevenzione e repressione di tali forme di criminalità, non soltanto con specifico riguardo all’ordinamento nazionale (sia sul piano legislativo, sia su quello applicativo), ma tenendo conto anche di quelli predisposti a livello europeo.

Questo l’obiettivo del convegno “Crimine organizzato e criminalità economica: stato dell'arte e prospettive future dopo l'introduzione del P.M. europeo”, promosso dal dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania, in collaborazione con il Centro di Diritto penale europeo, che si è svolto il 12 e il 13 gennaio scorso nell’aula magna di Villa Cerami.

L’incontro rappresentava il momento conclusivo (che fa seguito ai seminari del febbraio, del marzo e dell’ottobre 2017) del secondo anno di tre cicli annuali (il primo si è concluso nell’ottobre del 2016) di iniziative organizzate nel quadro del progetto “Re-launching the Centro as a leading cultural association to foster education and legal training in European Criminal law”, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma “Erasmus+ - Jean Monnet Support to Associations”, che ha l’obiettivo di contribuire all’opera di sensibilizzazione dei giuristi italiani sulle tematiche inerenti al fenomeno dell’incidenza del diritto dell’Unione europea sui diritti penali nazionali.

“Le libertà garantite in seno all’ordinamento dell’Unione europea, hanno rappresentato un comodo viatico verso la transnazionalizzazione delle condotte e delle attività illecite – ha spiegato la promotrice del convegno, la prof.ssa Anna Maria Maugeri, ordinario di Diritto penale nell’Ateneo catanese, facilitandone la perpetrazione e rendendone maggiormente difficoltosa la perseguibilità. Gli studi empirico-criminologici condotti negli ultimi decenni mostrano l’avvenuta esportazione a livello sovrannazionale dei paradigmi criminali – già noti ad ordinamenti come quello italiano – propri della criminalità organizzata, che ha progressivamente mutato e diversificato non solo le proprie attività, ma anche le modalità operative, per adeguarle ai nuovi scenari europei e globali”.

“Si è assistito – ha continuato la docente - a pressanti tentativi della criminalità organizzata di infiltrazione nell’economia legale, in particolare attraverso il riciclaggio di ingenti patrimoni derivanti dalle molteplici attività illecite da essa gestite (traffico illecito di rifiuti, traffico di sostanze stupefacenti, tratta di esseri umani, traffico di armi) in attività economiche lecite, ma anche, più di recente, mediante la manipolazione e la strumentalizzazione dei processi decisionali delle pubbliche amministrazioni, ottenute grazie a condotte corruttive praticate su larga scala in maniera sistematica e sistemica, per aggiudicare appalti e commesse pubblici a società o enti collegati alla stessa criminalità organizzata”. 

“L’esigenza di contrastare tali allarmanti fenomeni criminali – ha concluso la Maugeri - ha sollecitato una risposta comune a livello dell’Unione, per armonizzare le legislazioni penali degli Stati e rendere maggiormente agevole il funzionamento della cooperazione giudiziaria, garantendo un’efficace risposta a tali forme di criminalità. Il recepimento di tali strumenti nell’ambito degli ordinamenti nazionali pone tuttavia diversi problemi di compatibilità con le diverse tradizioni giuridiche in essi esistenti non solo con riguardo alle specifiche fattispecie incriminatrici coinvolte, ma anche in relazione ad istituti generali, quali ad esempio il concorso di persone nel reato, il tentativo, la responsabilità delle persone giuridiche, che rendono necessari ulteriori interventi di armonizzazione a livello sovrannazionale”.

Nel corso della prima giornata, aperta dagli indirizzi di saluto del rettore Francesco Basile e del direttore del dipartimento Roberto Pennisi, sono intervenuti il prof. Giovanni Grasso, ordinario di Diritto penale dell’Università di Catania e presidente del Centro di Diritto penale europeo, Rosaria Sicurella, ordinario di Diritto penale dell’Ateneo catanese e vicepresidente del Centro di Diritto penale europeo, Vincenzo Mongillo, associato di Diritto penale all’Università di Roma La Sapienza e Raffaele Piccirillo, Capo del Dipartimento per gli Affari di Giustizia.

Il giorno successivo si sono confrontati su queste questioni il Procuratore della Repubblica al Tribunale di Catania Carmelo Zuccaro, il Procuratore della Repubblica al Tribunale di Roma Giuseppe Pignatone, il docente di Diritto penale a Catanzaro Francesco Siracusano, il consigliere della Corte di Cassazione Giorgio Fidelbo e il docente di Diritto penale a Firenze Francesco Palazzo. Dal dibattito è emerso come ancora l’Ue non abbia trovato il modo per contrastare la criminalità organizzata: “La tendenza legislativa – ha affermato Pignatone – è meno carcere e più aggressioni ai patrimoni. Il problema è che tale tendenza viene estesa anche per altri fenomeni, come la corruzione, che la società stessa non avverte di gravità pari alla mafia e temo che questo ce lo farà perdere come arma di contrasto alle mafie stesse”.

“Prima del 1982, quando venne introdotto nel codice penale il 416bis, cioè il reato di Associazione di tipo mafioso, l’esistenza stessa della mafia era negata – ha poi affermato Zuccaro -. Oggi la mafia si è evoluta con nuove tipologie di reato e servono quindi ulteriori mezzi di contrasto. Reputo però sbagliato toccare il 416bis, perché credo abbia la capacità di colpire anche questi nuovi fenomeni, con singoli e mirati interventi del legislatore”.