Le città per fermare il cambiamento climatico: la Sicilia è indietro. Recuperare il ritardo si può

Intervento di Fausto Carmelo Nigrelli, ordinario di Tecnica e pianificazione urbanistica dell’Università di Catania

30 Ottobre 2021
Fausto Carmelo Nigrelli

La questione urbana è ormai da tempo una questione planetaria: se nel 1950 meno del 30% della popolazione mondiale viveva in area urbana, già 40 anni dopo il dato era salito al 45% e nel 2009 veniva superata, per la prima volta nella lunga storia dell’umanità, la soglia del 50% della popolazione mondiale insediata in area urbana. Le previsioni dell’ONU sono che nel 2030, tra solo otto anni, 5 miliardi di persone su 8 totali abiteranno in insediamenti urbani. I “cittadini” sono concentrati in appena il 2% della superficie terrestre.

E veniamo all’Italia. Oggi, secondo il Rapporto “Forme, livelli e dinamiche dell’urbanizzazione in Italia” dell’Istat, su circa 62 milioni di italiani circa 51 vivono in aree urbane, e appena 10,7 milioni, il 17%, in aree rurali. Dal punto di vista della distribuzione geografica, quasi la metà vive in pianura e quasi il 40% vive in collina. Poco più del 10% vive, dunque, in montagna.

Nei 12 Comuni che superano i 250 mila abitanti, si concentra più del 15% degli italiani con una punta di densità di 8 mila abitanti per chilometro quadrato a Napoli, seguita da Milano con 7400 abitanti a chilometro quadrato.

Una ulteriore zoommata sulla Sicilia ci dice che oggi gli abitanti sono poco più di 4,8 milioni, ma dal 2003 al 2018 la popolazione isolana era stata sempre superiore a 5 milioni. La concentrazione in grandi città è ben maggiore che in Italia: nelle tre città con più di 250 mila vive quasi un siciliano su 4 e, se aggiungiamo la quarta città che supera i 100 mila abitanti, Siracusa, si raggiunge quasi il 27%. 550 mila siciliani vivono nelle città comprese tra 50 e 100 mila abitanti e 1,2 milioni abitano nelle 39 città che hanno più di 20 mila abitanti.

In totale, dunque, più di 3 milioni di abitanti vive nei centri urbani più complessi che costituiscono i nodi di una rete insediativa gerarchicamente e funzionalmente complessa.

Bastano questi dati alle diverse scale per comprendere perché oggi la questione urbana sia una questione centrale alla luce dell’ormai evidente surriscaldamento globale provocato dalle attività umane.

Piazza Università il 26 ottobre 2021, giorno del nubifragio

Piazza Università il 26 ottobre 2021, giorno del nubifragio (credits: Enza Pappalardo)

Sempre secondo l’Onu, in particolare il Centro Regionale di Informazioni delle Nazioni Unite, le aree urbane consumano il 78% dell’energia a livello mondiale e causano oltre il 60% delle emissioni climalteranti, cioè di gas serra tra cui l’anidride carbonica.

È dunque evidente che per potere arrestare il Global Warming, cioè impedire che la temperatura si innalzi oltre 1,5 gradi celsius rispetto alla temperatura che si registrava a fine XIX sec., il ruolo delle città è decisivo. Proprio perché in esse si concentrano consumi e inquinamento, è qui che occorre intervenire in maniera rapida e molto estesa.

La pandemia in corso è stata una sorta di “sveglia” rispetto a questa emergenza. Infatti quasi tutto il mondo scientifico ha indicato una strettissima relazione tra il diffondersi sempre più frequente di virus e agenti patogeni che mai prima avevano colpito la specie umana e i cambiamenti introdotti sulla terra dalle attività umane. In questa occasione miliardi di persone hanno preso coscienza che il surriscaldamento globale non è la sceneggiatura di un film di fantascienza, ma una drammatica realtà che incide direttamente sulla salute di ogni donna e uomo e sulle possibilità di sopravvivenza della specie umana. E anche gli altri fenomeni ad esso più direttamente legati, come il cambiamento del regime delle precipitazioni atmosferiche che ancora in questi giorni ha fatto vittime proprio a Catania, oggi sono finalmente al centro del dibattito pubblico e vengono visti con la lente giusta: quella di cambiamento di lungo periodo ai quali dovremo adattare il nostro modo di stare sulla Terra. Uno dei maggiori climatologi italiani, il siciliano Franco Colombo, tenente colonnello dell’aereonautica militare, qualche giorno fa ha affermato, in un seguitissimo programma televisivo, che non siamo più in una fase di cambiamento climatico, ma di crisi climatica alla quale occorre immediatamente tentare di contrapporre azioni che mirano alla stabilizzazione del clima che, ovviamente, non potà che avvenire in tempi lunghi.

La Giornata mondiale delle Città del 2021 – che si festeggia il 31 ottobre - costituisce dunque un momento di riflessione e di azione che deve dare una spinta alle comunità di grandissimi, grandi e piccoli insediamenti perché diano subito il loro contributo agli obiettivi globali: riduzione delle emissioni di gas serra attraverso politiche draconiane di riduzione della mobilità privata e il potenziamento di quella pubblica; estensione del verde urbano e suburbano con la piantumazione di grandi quantità di alberi che assorbono CO2; efficientamento degli edifici pubblici e privati.

Catania World Cities Day

Già dal 2008 la UE ha lanciato l’iniziativa del Patto dei Sindaci (Convenant of Mayors) che assegnava ai comuni che avessero scelto di aderire l’obiettivo 20-20-20 (20% di emissioni in meno e 20% di energia da rinnovabili entro il 2020). Con quel programma per la prima volta il tema delle risposte ai cambiamenti climatici veniva affrontato dal basso cercando risposte con un approccio di tipo bottom-up

Poi, nel 2014, è stato lanciato il Programma Mayors Adapt con l’obiettivo di coinvolgere i governi locali nelle azioni per l'adattamento al cambiamento climatico.
Nell’anno successivo i due programmi sono stati fusi nel  Patto dei Sindaci per il Clima & l’Energia che integra i due obiettivi: sostenere attivamente l'attuazione dell’obiettivo comunitario di riduzione del 40% delle emissioni di gas serra entro il 2030 e adottare un approccio integrato per la mitigazione e l'adattamento al cambiamento climatico e per garantire l'accesso a un'energia sicura, sostenibile e accessibile a tutti.

Cosa si è fatto in Sicilia? Secondo il sito www.pattodeisindaci.eu nell’Isola hanno aderito 278 comuni su 390, ma in realtà, nella maggior parte dei casi si è trattato di una semplice adesione cui non sono seguite le attività necessarie, a partire dall’adozione del Piano d’Azione. I comuni che hanno effettivamente approvato il Piano d’Azione sono appena 36 e ancora di meno quelli che sono già in fase di monitoraggio: 13 di cui 5 in provincia di Catania e solo Messina ed Enna tra i capoluoghi di provincia.

È decisamente troppo poco. Il ritardo accumulato è imbarazzante. Occorre invece che tutti, rapidamente, approvino il loro Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC) per gli obiettivi 2030.

E che usino i fondi del PNRR per la sua attuazione. Quest’ultimo aspetto è fondamentale. Una quota significativa degli ingentissimi finanziamenti assegnati all’Italia per la ripresa dopo la pandemia è destinata ad affrontare i temi della transizione ecologica e della “resilienza” cioè della capacità delle città e dei territori di fare fronte ad aventi improvvisi senza collassare. Alcuni studiosi, più opportunamente, preferiscono parlare della necessità di rendere i territori e le città antifragili, che è piuttosto la capacità dei sistemi complessi, quindi di quelli urbani e territoriali, di sviluppare processi di adattamento a situazioni di stress inedite che danno origine a risposte risolutive.

Cosa bisogna fare senza ulteriori indugi? Alcune risposte stanno nelle innumerevoli politiche che non si è stati capaci di attuare o non si sono volute concretizzare: nelle grandi e medie città acquisto di nuovi mezzi pubblici a trazione elettrica per ridurre l’inquinamento atmosferico prodotto in ambito urbano e potenziamento del numero di percorsi e delle frequenza delle corse per indurne un uso crescente nelle decine di migliaia di pendolari; realizzare impianti di compostaggio e di produzione di biometano (di cui uno dei più avanzati è già in funzione a Gela) per ridurre il conferimento in discarica dei rifiuti solidi urbani o, peggio, la loro esportazione verso altre regioni o verso l’estero (proprio nell’estate scorsa la regione ha pubblicato l’avviso per l’esportazione all’estero di rifiuti che, dati i costi, farà schizzare ancora più in alto i costi della TARI per i cittadini siciliani); intervenire sul ciclo dell’acqua sia a monte, con la riduzione delle perdite in rete ancora doppie rispetto a quelle che si registrano nelle reti idriche di altre regioni come l’Emilia Romagna, sia a valle con la depurazione a causa della mancanza della quale la Sicilia è perennemente sotto infrazione comunitaria.

PNRR

A questi interventi, da anni necessari e oggi finalmente possibili, se ne devono accompagnare altri che coinvolgono direttamente lo stile di vita dei cittadini chiamati a dare il loro indispensabile contributo individuale al raggiungimento della neutralità climatica (cioè l’equivalenza tra gas climalteranti immessi in atmosfera e gas assorbiti) nel 2050. Prima abitudine da dimenticare è l'uso superfluo dell’automobile, responsabile di una parte delle emissioni di CO2 in ambito urbano con l’obiettivo – già raggiunto in qualche città italiana – di portare la quota massima di spostamenti motorizzati individuali con mezzi privati all’interno del territorio comunale sotto il 50% del totale.

La risposta che le città più reattive stanno dando a questa domanda di mobilità non inquinante o, come si usa chiamala “mobilità attiva” cioè basata su spostamenti a piedi o in bicicletta, è di grande interesse: la “città del quarto d’ora” elaborata teoricamente dall’urbanista franco-colombiano Carlos Moreno e già attuata a Parigi dalla sindaca Anne Hidalgo, a Milano dall’amministrazione di Beppe Sala e programmata dal nuovo sindaco di Roma Roberto Gualtieri; i super-isolati ideati 40 anni fa da Salvador Rueda, attuale direttore dell’Agenzia di ecologia urbana di Barcelona, e mai attuati fino a quando la sindaca Ada Colau ha deciso di ridisegnare su questa basa la capitale catalana.

Il principio è semplice: nella città compatta, densa ogni cittadino deve essere messo in grado di raggiungere a piedi o in bicicletta i servizi di prossimità (scuole non superiori, ambulatori medici, biblioteche e mediateche, giardini pubblici, aree per lo sport, attività commerciali di uso quotidiano, farmacie) entro un intervallo di tempo di 15 minuti. Ne consegue che va ripensata la distribuzione dei servizi di prossimità e che l’automobile va tendenzialmente del tutto espulsa da questi ambiti di vicinato. Questo significa riprogrammare tutto il sistema della sosta e delle circolazione automobilistica come secondario rispetto ai trasporti pubblici; riprogettare gli spazi e le strade di quartiere inserendo verde (gli alberi assorbono CO2), eliminando la sosta lungo le strade e trasformando gli spazi di circolazione automobilistica in spazi di relazioni di prossimità. Questo è l’obiettivo che viene assegnato dalla situazione che stiamo vivendo alle grandi e medie città siciliane, quei 15 centri urbani che hanno più di 50 mila abitanti). E le più piccole? Quelle che hanno tra 20 mila e 50 mila abitanti?

Diciamo la verità: per questi centri il raggio dell’isocrona si può ridurre a 10 minuti, se non a 5. Nelle piccole città l’abuso dell’automobile è ancora meno giustificato, frutto di un modello – quello del cittadino metropolitano – che nei piccoli centri appare caricaturale e che però, come tutti i comportamenti, è difficile da cambiare. Allora: aree pedonali, percorsi protetti verso le scuole elementari e medie, realizzazione di verde per lo sport di prossimità.

Nel XIX secolo le città cambiarono e furono modernizzate per trovare una soluzione alle devastanti epidemie di tubercolosi e colera. Oggi devono cambiare per ridurre i rischi legati alle nuove epidemie e per salvare il pianeta. L’Università di Catania, con tutte le sue competenze, è pronta ad affiancare piccoli e grandi comuni per raggiungere questi obiettivi.

Il prof. Fausto Carmelo Nigrelli