L'attualità del latino secondo Ivano Dionigi

Presentato ai Benedettini il volume "Il presente non basta", dell'illustre latinista dell'Alma Mater di Bologna

27 Marzo 2017
Mariano Campo

“Da una parte il massimo di comunicazione, dall’altra il minimo d’intesa e di comprensione. Viviamo in un’epoca nella quale abbiamo perso il significato vero delle parole, anzi spesso ci accontentiamo delle parole che troviamo per la via e ci dimentichiamo del bisogno di parlare bene: è una vera e propria emergenza ecologica linguistica. Il latino è importante proprio per questo, perché ci consente di risalire al messaggio insito in ciascuna parola, che può essere stupenda e tremenda”. Queste, per il prof. Ivano Dionigi, illustre latinista e già rettore dell’Alma Mater, l’antichissima Università di Bologna, alcune delle ragioni che dovrebbero spingerci a divenire tutti “filologi”, ossia gelosi, curanti, amanti della parola, e quindi “estremamente attenti a quanto una lingua come il latino, che è stata parlata per più di venti secoli, ci insegna ancora”.

Il prof. Dionigi è stato ospite del dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania, per presentare il suo ultimo libro “Il presente non basta”, nel corso di un affollato incontro che si è tenuto questa mattina al Monastero dei Benedettini. Introdotto dalla direttrice del dipartimento Marina Paino e dalla prof.ssa Rosa Maria D'Angelo, ordinario di Lingua e Letteratura latina, Dionigi ha letteralmente ammaliato i numerosi studenti presenti, trasmettendo loro alcuni insegnamenti e altrettanti ammonimenti. “Quando cambia il significato delle parole, in una società, non è mai un buon segnale. Pensiamo alle manifestazioni di disprezzo o di polemica intorno a termini come diritti e democrazia… Talvolta, invece, avremmo bisogno di silenzio per capire quello che si dice”.

Il latino – ricorda Dionigi - evoca un lascito non solo storico, cultuale e linguistico ma anche simbolico: si scrive «latino», ma si legge «italiano, storia, filosofia, sapere scientifico e umanistico, tradizione e ricchezza culturale». Non è un reperto archeologico, uno status symbol o un mestiere per sopravvissuti; è il tramite che – oltre Roma – ci collega a Gerusalemme e ad Atene, l'eredità che ci possiamo spartire, la memoria che ci allunga la vita. È un'antenna che ci aiuta a captare tre dimensioni ed esperienze fondamentali: il primato della parola, la centralità del tempo, la nobiltà della politica.

“Non siamo più provinciali di spazio, ma di tempo – ha concluso Dionigi –. Molti giovani, a causa della tecnologia della rete globale che ci pervade, vivono nell’inferno dell’uguale, non si rendono conto che c’è un prima, un durante e un dopo. E diventa un delitto credere che la vita cominci oggi e finisca con noi. Il latino, al contrario, anche con la sua famigerata consecutio temporum, ci dona la chiave per aprire il tempio del tempo: come lingua della temporalità, ci costringe a confrontare tradizione e innovazione e ci libera dall’assedio del presente”.

“Queste riflessioni, che non riguardano temi lontani ma la vita attuale di tutti noi – ha aggiunto il prof. Giacomo Pignataro, ordinario di Scienza delle Finanze e già rettore dell'Ateneo catanese -, non possono non avere un risvolto anche nell’ambito della politica universitaria. L’istruzione deve anche sapere educare alla vita, gli studi umanistici e la curiosità verso una lingua come il latino, devono aiutarci a recuperare il senso delle cose, a interrogarci sulle ragioni più profonde di quanto viviamo. Tutto ciò non può essere confinato solo all’interno di alcuni dipartimenti, ma deve cercare una contaminazione e un’alleanza con la sfera del sapere scientifico e tecnologico”.