La scomparsa del giovane Fabio Domenico Santamaria

Il prof. Paolo Militello ricorda il giovane ricercatore del dipartimento di Scienze politiche e sociali, venuto a mancare a soli 30 anni

3 Febbraio 2019
Paolo Militello

Domenica 27 gennaio 2019 si è spento, a soli trent’anni, Fabio Domenico Santamaria, nostro Dottore di ricerca dell’Università degli Studi di Catania.

Per chi ha avuto come me la fortuna di conoscerlo, Domenico (così gli piaceva essere chiamato) era un ragazzo pieno di voglia di vivere, malgrado la terribile malattia che lo aveva colpito. Ricordo ancora la prima volta che l’ho incontrato, a Siracusa, studente di Scienze dei beni culturali, su quella carrozzella spinta dalla madre con fatica ma anche con amore e grande dignità: capii subito, dallo sguardo, dagli occhi, dal sorriso, che mi trovavo di fronte a un ragazzo con un’enorme volontà di crescere e di studiare. Il suo spirito, imprigionato in quel corpo capace soltanto di movimenti minimi, si esprimeva con una voce flebile, stentata; con le mani quasi immobili, ma capaci di una scrittura lenta e sofferta; con gli occhi, che sembravano quasi gridare il desiderio di una vita normale. Mi chiese la tesi di laurea, ed io accettai, sapendo che il destino mi aveva appena fatto incontrare una persona non comune.

Domenico riuscì a conseguire, il 14 novembre del 2012, la Laurea magistrale in Storia dell’arte e beni culturali, con una tesi su «Vincenzo Mirabella (1570-1624) e la “res publica literaria” europea». Votazione: 110/110 e lode. L’impegno, la serietà, la costanza mostrati durante la stesura della tesi, mi spinsero a proporgli di tentare il concorso per il Dottorato di ricerca. Lo vinse, e venne ammesso, nel 2013, al 28° ciclo del Dottorato in Scienze umanistiche e dei beni culturali, sempre presso la nostra Università di Catania. Iniziò, allora, una ricerca sulle Accademie europee e siciliane tra XVI e XIX secolo, concentrandosi, successivamente, sul caso studio dell’Accademia degli Etnei e il Siculorum Gymnasium. Le sue periodiche assenze per controlli medici o malattie, facevano ben intuire i sacrifici da lui affrontati durante la ricerca e la stesura dell’elaborato. E alla fine riuscì a portare a termine anche questo lavoro, una tesi dal titolo «L’Accademia degli Etnei e il Siculorum Gymnasium nella Catania del XVIII secolo»: più di 200 pagine con trascrizioni e analisi di documenti archivistici inediti, che portarono la Commissione d’esame finale a complimentarsi e a conferirgli, nell’aprile del 2016, il titolo di Dottore di ricerca, il massimo grado previsto nell'ordinamento accademico. Quanto avrà faticato per ottenere questo risultato? Quanti sacrifici avranno fatto la madre e il padre, che lo accompagnavano sempre al monastero dei Benedettini per i nostri periodici appuntamenti? Non oso immaginarlo; provo soltanto, adesso come allora, una sincera ammirazione.

Caro Domenico, in questi ultimi due anni ti ho perso di vista, a parte, ogni tanto, un affettuoso saluto o uno scambio di auguri. Fino a quando, la scorsa settimana, ho ricevuto un messaggio da tuo papà: «So che le dispiace, ma le devo comunicare che ieri mio figlio ci ha lasciati». E dopo il primo momento di smarrimento, ho realizzato che non ti avrei rivisto più.

Ciao, Domenico. Non sei stato soltanto un bravissimo studente. Sei stato, per me e per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerti, un esempio di coraggio e di voglia di vivere. Dovunque adesso tu sia, spero tanto che, finalmente, tu abbia quella felicità che la vita terrena ti ha in gran parte negato.