La normalità del malaffare

Alla Scuola Superiore di Catania l'ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli ha presentato il volume "E' normale...lo fanno tutti" di Michele Corradino: "Si è passati dal giustizialismo forse eccessivo di Mani Pulite a un garantismo quasi patologico sempre assolutorio"

12 Maggio 2017
Mariano Campo

“Nel nostro Paese si trovano sempre ottimi motivi per non scoperchiare la pentola, e c’è sempre una più che buona ragione che giustifica i comportamenti illegali”. Per Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera e attuale presidente della casa editrice Longanesi, si spiega così la “normalità del malaffare” raccontata nel volume di Michele Corradino, magistrato e componente dell’Autorità nazionale anticorruzione, dal titolo "È normale… lo fanno tutti".

Il libro è stato presentato lunedì 8 maggio nell’aula magna della Scuola Superiore di Catania nel corso di una conversazione dal titolo “La corruzione e l’Italia”, brillantemente moderata dal giornalista de La Sicilia Mario Barresi. L’incontro è stato introdotto dal rettore Francesco Basile, che ha sottolineato la necessità di ispirarsi a valori e regole indicati dalla Costituzione per chi esercita cariche pubbliche o incarichi amministrativi, “a maggior ragione per chi, questi valori, deve trasmetterli ai giovani attraverso la formazione”, ribadendo poi il suo impegno costante per affermare trasparenza e meritocrazia nei vari aspetti della vita universitaria. Il sindaco di Catania Enzo Bianco ha poi manifestato la sua soddisfazione per le attività culturali che si tengono nella Scuola Superiore, “nata da una collaborazione virtuosa tra Comune, università e aziende private, per dare vita ad un’istituzione che garantisse qualità ed eccellenza dei processi formativi”. Dopo aver ricordato il magistrato Giovanni Tinebra, recentemente scomparso, il presidente della Ssc Francesco Priolo ha citato un incontro organizzato negli anni scorsi con il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, annunciando il prossimo appuntamento sul tema della legalità, con gli interventi del presidente aggiunto del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, del prefetto di Catania Silvana Riccio e della componente Anac Ida Nicotra.

Il libro di Corradino è strutturato sulle conversazioni registrate di corrotti e corruttori, protagonisti di inchieste giudiziarie e di innumerevoli trascrizioni allegate agli atti giudiziari depositati in Tribunale. C’è, ad esempio, il padre che insegna al figlio i fondamentali della corruzione; il figlio che spiega al padre come riciclare denaro; la madre che consola il suo perché non riesce a essere corrotto quanto il padre. “La normalizzazione e la banalizzazione del malaffare cui assistiamo – aggiunge Corradino – traspaiono chiaramente dai linguaggi delle persone intercettate”. “I testi di queste conversazioni – ha rilevato De Bortoli - fanno risaltare un aspetto antropologico culturale: tali comportamenti sono diventati consuetudine, e nessuno dei protagonisti manifesta il dubbio che si possa trattare di atti illeciti, che portano benefici a qualcuno, ma creano un danno per tutti. E la cosa più allarmante è che, mentre altrove il discredito sociale è ancora più incisivo delle stesse sanzioni penali e amministrative, nel nostro Paese questo non accade. I colpevoli di corruzione non pagano nessun costo reputazionale, né vengono ostracizzati nei loro rispettivi ambienti di appartenenza”.

A un quarto di secolo dall’ondata di Mani Pulite, che cosa è accaduto allora? “Siamo passati da giustizialismo forse eccessivo, con molti limiti – risponde De Bortoli -, a un garantismo quasi patologico in chiave assolutoria: si trovano, insomma, sempre ottime ragioni per non condannare, per giustificare comportamenti di quelli che non sono altro che ladri che rubano a tutti noi, in una società dove spesso la cultura familistica consolidata e le sue logiche tracimano rispetto ad altre regole di diritto e convivenza civile”. Un esempio tangibile è fornito dalla politica, secondo il giornalista: “Stanno tutti a battersi per la legalità, ma poi non riescono a regolamentare le attività di lobby o ad applicare i principi della trasparenza e della concorrenza. E strumenti come il whistelblowing e i codici etici della pubblica amministrazione o sono totalmente inutilizzati o finiscono per essere una foglia di fico. La realtà di questo quotidiano ‘romanzo criminale’, ci rivela che alla fine le appartenenze sconfinano con complicità e omertà”.

Nel frattempo, però, è nata l’Anac: “E’ un fatto importante, una delle poche note positive – ha spiegato De Bortoli -. Quanto è stato fatto, in termini di prevenzione, in occasione dell’Expo di Milano adesso è un caso studiato a livello internazionale, un modello di intervento virtuoso delle istituzioni. Ma l’Anac continua a suscitare gelosie di vario tipo, e ci si chiede perché non si coordini maggiormente con la magistratura ordinaria”. “L’Anac esige trasparenza – ha aggiunto Corradino -, ma spesso questa affermazione, indiscutibile a parole, nei fatti viene tutt’altro che recepita. Tutte le categorie si rivoltano: attuare la trasparenza comporta spesso un aggravio di burocrazia su strutture amministrative spesso impreparate a rispondere e che spesso considerano tali incombenze come un costo supplementare o addirittura un fastidio, e non come a uno strumento essenziale per prevenire tali reati”.

La speranza allora è indicata da quella che viene considerata la ‘part construens’ della dettagliata analisi di Corradino. “E’ impossibile che vi siano controllori ovunque, è irrealizzabile che ci sia un funzionario dell’Anac o un magistrato a guardare tutte le carte che circolano in Italia – suggerisce l’autore -: per questo occorre coinvolgere tanto nella repressione che nella prevenzione dei fenomeni corruttivi la comunità, tutti i cittadini, e in particolar modo i giornalisti. Bisogna ricreare un contesto nel quale pubblica amministrazione e politica non possano nascondere nulla ai propri referenti: in altre parole, un controllo sociale diffuso che sia però seguito da certezza della pena e del diritto. E’ fuorviante, infatti, parlare di costi economici della corruzione, come ogni tanto qualcuno fa tirando fuori delle cifre ipotetiche. I veri costi sono i danni che vengono arrecati alla vita di tutti noi: per esempio, se scopriamo che un imprenditore invita i suoi dipendenti a mettere sabbia al posto della carne nelle polpette che vengono servite nelle mense scolastiche, questo dovrebbe fare indignare anche i più distratti”.