La comunità ebraica di Catania nei documenti perduti del secolo XV

Grazie ad uno studente del 1900, un frammento di storia di Catania, a lungo conservato negli archivi, riemerge e viene oggi restituito dall’Università alla città

21 Giugno 2017
Giuseppe Speciale

Carmine Fontana ritratto dalla figliaIl 21 novembre del 1900 lo studente Carmine Fontana — nato a Monopoli il 15 ottobre 1876 da Donato e Annunziata Caccia— conseguì la laurea in Lettere e filosofia nell'Università degli Studi di Catania, con il massimo dei voti, la lode e la dignità di stampa (riconoscimento assai di rado concesso).

La laurea costituiva la tappa finale del percorso accademico che Fontana — una volta conseguita la licenza presso il liceo classico di Reggio Calabria — aveva iniziato a Pisa, nel 1895-96, e proseguito a Roma, nel 1896-97 e 1897-98, per approdare infine a Catania nel 1898. Qui il 20 ottobre 1898, appunto, aveva ottenuto l’iscrizione al III anno del corso di laurea in Lettere e Filosofia.

La dissertazione di laurea, intitolata "Gli ebrei in Catania (sec. XV)”, fu redatta sotto la direzione dei professori Vincenzo Casagrandi (storia medievale) e Remigio Sabbadini (letteratura latina) e valutata da una commissione in cui sedeva, come membro esterno, anche Paolo Orsi.

Per redigere la tesi, Carmine Fontana (qui accanto ritratto dalla figlia) — dopo la laurea stimatissimo professore per decenni nel liceo Stesicoro di Catania — trascrisse 607 documenti tra quelli allora conservati nelle circa ventimila pagine raccolte nei 40 volumi custoditi nell'archivio storico del Comune etneo.
 Nessuno di quei documenti è sopravvissuto all'incendio che distrusse l'Archivio, e parte dell’edificio che lo ospitava, il 14 dicembre 1944, appiccato al Palazzo comunale di piazza Duomo dagli appartenenti alla leva degli anni 1922-1924 che protestavano contro la temuta chiamata alle armi.

La sola testimonianza della memoria della città consegnata a quei documenti, ormai per sempre perduti, è costituita quindi dalla tesi di laurea manoscritta di Fontana da me ritrovata nell’Archivio storico dell’Università, grazie alla consueta cortesia e alla competenza del dottor Salvatore Consoli che ringrazio.

Pochissimi dei documenti studiati e trascritti nella tesi furono inseriti o citati in un breve saggio che Fontana stesso pubblicò subito dopo la laurea, nel 1901, con il titolo “Gli ebrei in Catania nel secolo XV", sempre sotto la guida di Casagrandi il quale, ancora nel 1903, inserisce questo studio in calce all’elenco delle proprie pubblicazioni. E, nonostante nel 1902 Giovanni Guerrieri, recensendo la pubblicazione di Fontana nella Rivista Storica Italiana (n. 19, pp. 434-435), avesse scritto che l’autore presto avrebbe pubblicato 13 capitoli sullo stesso argomento, negli anni successivi, Fontana, abbandonò il progetto, forse perché assorbito dall’insegnamento.Ferdinando II Aragona infanta Giovanna e Isabella di Castiglia

Un primo risultato della tesi, e il suo potenziale valore per gli studiosi, furono segnalati ancora nel 1955, ma nessuno ha mai studiato le fonti raccolte da Fontana che, invece, meritano di essere analizzate con cura.

Lo studio di Fontana si colloca nei decenni dell’Ottocento in cui la storiografia siciliana, e non solo, si dedica alla ricerca storica relativa agli ebrei, la cui presenza a Catania è documentata almeno a partire dai tempi di papa Gregorio Magno (fine sec. VI).

Il giovane Fontana nelle prime pagine avverte il lettore di aver seguito nel copiare i documenti un metodo che è mutato e che si è affinato a mano a mano che il lavoro di trascrizione avanzava. Fontana così scrive degli ebrei: povera gente che da «diciotto secoli s’aggira raminga sulla faccia della terra e non trova posa né requie, sempre perseguitata da un odio, il quale mentre prima dipendeva dal fanatismo religioso, ora trova la sua giustificazione nell’economia politico-amministrativa» e, ancora «per farsi un’idea dell’utile che gli Ebrei apportavano, senza ricordare che spesso i feudatari — considerandoli quasi animali da ingrasso pe’ terreni dove lavorano — ne facevano domanda alla corte per averne o pure cercavano di allettarli a venire da loro concedendo maggiori libertà che non godessero altrove, basterebbe costruire un quadro delle tasse, de’ donativi, delle collette particolari, delle collette generali e degli altri infiniti balzelli cui eran tenuti».

A proposito dell’espulsione del giugno del 1492 scrive che il senato catanese, «solito a nicchiar sempre, in quei giorni appare colpito da febbre, tanta è la furia con cui eseguisce gli ordini regi o viceregi; e non solo si mostra lesto, ma fedele e preciso interprete. Degli ebrei non una parola, né in bene né in male, sino all’ultimo momento, ma un silenzio altezzoso molto simile all’odio e al disprezzo e che senza dubbio condusse a tramandare ai posteri con una lapide murata nella facciata del palazzo senatorio, allora inauguratosi, l’espulsione degli ebrei come d’un fatto nazionale, d’una grande battaglia vinta e non d’una grande infamia». E conclude: «chi farà la storia di Catania non può né deve in alcun modo trascurare d’occuparsi de’Giudei. Questo io ho fatto cercando di trattarne con amore, ma a un tempo con imparzialità».

Incendio del Palazzo comunale di Catania del dicembre 1944La tesi mira essenzialmente a ricostruire l’assetto urbano della giudecca catanese nel secolo XV. Ma la selezione dei documenti, risalenti al periodo 1413-1495, restituisce preziose informazioni non solo sui luoghi in cui visse la comunità ebraica catanese fino alla cacciata del 18 giugno 1492 e costituisce una testimonianza unica della esperienza della comunità catanese nel secolo XV. Un'idea approssimativa della ricca mole di dati può essere data dall'indice dei nomi estratto dai documenti in via provvisoria (varie centinaia sono solo quelli ebraici).

I documenti forniscono importanti informazioni per una nuova ricostruzione della topografia e dell’assetto dell’area urbana (in particolare quella compresa all’interno del poligono delimitato grosso modo dalle attuali vie San Giuliano, Plebiscito, Etnea), con più specifici riferimenti all’area in cui ricadevano le due giudecche, di iusu e di susu (nel territorio cittadino attualmente delimitato dalla Piazza Nicolò Machiavelli e dalle vie Bellia, Teatro Greco, Garibaldi). Per determinare le aree della città in cui ricadono le due giudecche  Fontana utilizza alcuni documenti ricchi di informazioni sull’assetto della città nell’area corrispondente all’attuale piazza Machiavelli e si spinge a ipotizzare una spiegazione assai plausibile del nome che il popolo ha assegnato alla chiesa di San Giovanni Battista (San Giovanni Palummaru) che colloca nelle vicinanze della via Bastioncello.

I documenti tramandatici da Fontana sotto il profilo storico giuridico sono una preziosa testimonianza sulla comunità ebraica catanese e gettano luce anche sulle consuetudini locali, in particolare sugli usi commerciali, in particolare quelli legati al prestito e alle transazioni mobiliari e immobiliari, sulle complesse dinamiche sociali intercorrenti tra le due comunità, sulla trama del composito tessuto economico e sociale della città fino a pochi secoli prima a maggioranza musulmana. Rilevanti appaiono alcuni documenti per verificare (o smentire, almeno parzialmente) alcune ipotesi sul riparto della giurisdizione e sulla convivenza tra le diverse giurisdizioni.

Iudeca de IusuLegatori, armaioli, fabbricanti di polvere da sparo, scrivani, calderai, carradori, sellai, fabbri ferrai, tintori, cartai, droghieri, mercanti di panno e seta, prestatori, ma anche medici, maestri di scuola, gli ebrei della comunità catanese sono parte viva della società cittadina. Le loro sinagoghe, i loro laboratori, le loro attività animano la città. Le fitte relazioni che intrattengono con i cristiani caratterizzano la vivace società cittadina. La comunità ebraica vive con la cristiana e nell’ordinamento cittadino sono riconosciute magistrature, funzioni e organi propri degli ebrei. Secondo i calcoli di Fontana — che certamente trae profitto dalle lezioni ricevute a Roma da Karl Julius Beloch che tra i primi, da eretico positivista, si occupò di indagini demografiche applicando metodi statistici —, la comunità degli ebrei catanesi (distinta in masunati) era composta da un numero di uomini (il calcolo non considera le donne e i bambini) oscillante, nei decenni del secolo XV presi in considerazione, tra 800 e 2400, cioè costituiva, secondo Fontana, poco meno di un settimo della popolazione cittadina. Non tutti gli ebrei, poi, abitavano nel quartiere ebraico, gravato di un canone annuo di 60 once d’oro a favore dei reggitori della città.La Giudecca catanese prima del secolo XV

I documenti di Fontana non sono mai stati studiati. Per una prima ricostruzione del contesto in cui inserire i documenti oggetto dell’indagine devono considerarsi le fonti e la storiografia riguardanti la presenza degli ebrei a Catania nel secolo XV, le comunità ebraiche siciliane e le consuetudini commerciali: in particolare gli studi di Abulafia, Simonshon, Bresc, Gaudioso, La Rocca, Trasselli (oltre agli altri, al pari dei già citati, indicati nella Bibliografia essenziale da me curata che accompagna la riproduzione della Tesi) che si fondano sulle fonti studiate nel corso dei secoli (tra le più importanti raccolte quelle di Giovanni Di Giovanni e di Bartolomeo e Giuseppe Lagumina, utilizzate da Fontana al pari di quelle di Ferdinando Lionti e di Raffaele Starabba, ora da integrarsi con la mole di documenti collazionati da Shlomo Simonshon).

In queste righe si vuole solo comunicare la notizia di un ritrovamento che, a parere di chi scrive, merita attenzione. Si è scelto di pubblicare on line i documenti per renderne possibile una più agevole fruizione e consultazione agli studiosi dei diversi settori interessati (storia economica, giuridica, religiosa, archeologia etc). Un team di archeologi e informatici potrebbe realizzare un’app per la fruizione virtuale della ricostruzione dell’assetto urbano ricavata dallo studio dei documenti.

Ferdinando II d'AragonaSarebbe utile poi incrociare i risultati della ricerca con i documenti conservati in altri Archivi (in particolare Archivio di Stato di Catania e di Palermo e Archivio dell’Arcidiocesi di Catania) per verificare e completare il quadro complessivo delle conoscenze sulla comunità ebraica di Catania, sullo stato giuridico degli ebrei nel regno, sul complesso rapporto intercorrente tra gli ordinamenti giuridici particolari (ebraico e cittadino) e l’ordinamento del regno.

Sul piano della metodologia della ricerca storica, la proposta ha una sua peculiarità perché assume ad oggetto fonti non “autentiche” (si tratta di trascrizioni delle fonti originarie andate per sempre perdute).

L’Ateneo restituisce oggi alla comunità degli studiosi preziosi documenti per la ricerca storica e alla città di Catania un frammento della sua identità che sarebbe andato perduto per sempre senza lo studio paziente e attento di uno studente, Carmine Fontana.

 

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