Isole Eolie, una “reazione a catena” per spiegare l’attività eruttiva di Vulcano

Lo studio, coordinato dal prof. Marco Viccaro del dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell'Università di Catania, è stato realizzato in collaborazione con l’Università della Calabria e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

4 Settembre 2018
Alfio Russo

Il contrasto netto tra lo stile dell’attività eruttiva di Vulcano dell’Arcipelago delle Isole Eolie e i lunghi tempi di quiescenza che si registrano sull’isola, anche nell’ordine dei 100-200 anni tra un’eruzione e la successiva. Sono i contenuti del lavoro realizzato da un team di ricercatori dell’Università di Catania, dell’Università della Calabria e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale “Lithos” nel campo delle Scienze della Terra.

“L’idea sulla quale si fonda questa ricerca – spiega il prof. Marco Viccaro, docente di Geochimica e Vulcanologia dell’Università di Catania e coordinatore del team di ricerca –, trova le sue radici nel fatto che l’attività eruttiva sull’isola di Vulcano è stata relativamente poco frequente nel corso degli ultimi mille anni. A fronte di questa scarsa attivazione del sistema vulcanico, fattore che in altri contesti geodinamici simili a quello delle Isole Eolie è, invece, determinante per produrre attività eruttive tra le più violente che si registrano sulla Terra, le eruzioni che scaturiscono dalla ‘Fossa di Vulcano’ sono state di taglia abbastanza modesta”.

Grazie alle informazioni registrate in “orologi naturali” quali sono alcuni cristalli che si rinvengono nelle rocce vulcaniche, il team di ricerca è riuscito a ricavare i tempi di stazionamento del magma in profondità, scoprendo - in modo del tutto sorprendente - che il magma rimane confinato per lungo tempo a grandi profondità nella crosta terrestre (intorno ai 15-20 chilometri) e che viene messo in movimento verso la superficie solo pochi anni prima di un’eruzione.

“La risalita del magma – continua il prof. Viccaro - avviene attraverso una vera e propria reazione a catena, che è capace di attivare camere magmatiche a profondità progressivamente decrescenti in cui è presente poco magma. Ciò comporta che i tempi di stazionamento del magma a livelli superficiali (<10 km) sono molto brevi, anche solo un paio di anni. Il tempo piuttosto limitato speso nella crosta terrestre inibisce l’evoluzione del magma stesso che, non perdendo in modo significativo calore, differenzia poco e non si arricchisce in volatili”.

Vulcano è un’isola appartenente all’Arcipelago delle Eolie che è ancora straordinariamente attiva dal punto di vista geologico e vulcanologico. L’ultima attività eruttiva che si è registrata sull’isola risale a circa 130 anni fa ovvero al ciclo eruttivo del 1888-1890 al cratere La Fossa. Oggi l’isola di Vulcano è meta di un importante turismo, soprattutto durante la stagione estiva. “Una conoscenza migliore dei meccanismi di funzionamento del sistema vulcanico e dei tempi che possono intercorrere tra un segnale precursore e l’attività eruttiva sono fattori cruciali per una corretta valutazione del rischio vulcanico associato e per attuare un’efficace mitigazione – conclude il docente etneo -. L’integrazione di studi di questo genere con i dati acquisiti attraverso il monitoraggio continuo dei segnali geochimici e geofisici, operato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, può dunque costituire una reale frontiera per la mitigazione del rischio da attività eruttiva all’isola di Vulcano”.