I limiti dell’Informazione e i limiti dello Sviluppo

Intervento del prof. Attilio Scuderi, associato di Letterature comparate dell’Università di Catania, sulla Giornata mondiale dell’Informazione sullo sviluppo

23 Ottobre 2021
Attilio Scuderi

Partiamo da qui.

“Il capitalismo è una creazione dell’ineguaglianza del mondo; perché possa svilupparsi gli è necessaria la connivenza dell’economia internazionale. Il capitalismo è figlio dell’organizzazione di uno spazio sicuramente smisurato. Non sarebbe divenuto così forte in uno spazio limitato, forse non si sarebbe sviluppato affatto, senza la possibilità di utilizzare il lavoro ancillare di altri (…) Il capitalismo si appoggia ancora ostinatamente su monopoli di diritto o di fatto, malgrado le reazioni violente che ha suscitato e suscita a questo proposito. L’organizzazione – come si dice oggi – continua ad aggirare il mercato. Ma siamo in errore quando pensiamo che si tratti di un fatto nuovo.” (F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, Bologna 1988, p. 85 e 99).

La riflessione dello storico francese Fernand Braudel sintetizza decenni di lavoro sul passaggio capitalistico del pianeta e l’affermazione occidentale dell’Antropocene contenuti nei monumentali tre volumi di Civiltà materiale, economia e capitalismo (1979); e contiene gli ingredienti fondamentali per una riflessione avanzata sui processi di sviluppo, sulla loro diffusione  e sul dibattito che essi possono, e devono, suscitare in questo ultimo e drammatico scorcio di mondializzazione del pianeta: in particolare colpisce il richiamo operato da Braudel nei confronti della dimensione monopolistica, predatoria – diremmo con il Sombart che studia la figura del borghese – e sulla originaria se non permanente tensione verso forme di “legalità illegale” dei processi di sviluppo capitalistico.

L’elenco di queste pratiche di sfruttamento planetario di lavoro ancillare sarebbe lungo: dalle procedure di espropriazione delle terre (enclosures) alle forme di lavoro detentivo, dall’economia schiavistica allo sfruttamento del lavoro salariato nelle economie atlantiche moderne, con il corollario di resistenza utopica e conflitti libertari che tali pratiche hanno generato (ne raccontano P. Linebaugh e M. Rediker, tra altri, nel bel saggio I ribelli dell’Atlantico. La storia perduta di un’utopia libertaria, Feltrinelli, Milano 2004).

La prima questione che va posta è quella di una reale diffusione culturale – nelle scuole, nelle università - e dunque informativo-mediatica di questi contenuti: una diffusione che sia finalmente sottratta agli abusi verbali e propagandistici delle fazioni ideologiche e politiche – sempre più abili e spregiudicate nel manipolare testi e contesti - e sia invece restituito alla sua centralità politica, al suo ruolo insostituibile per una pòlis civile, globale, avanzata.

Oggi informare sullo sviluppo, sulle sue dinamiche, positive come perverse, è vitale: è vitale informare sullo sviluppo come sui suoi “limiti” e sulle sue necessarie e improrogabili trasformazioni.

In questo quadro, troviamo una corrispondenza più che significativa e che introduce al nostro argomento: il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro The Limits to Growt, trad. it I limiti dello sviluppo) fu commissionato al Massachusetts Institute of Technology (MIT) dal Club di Roma e fu pubblicato nel 1972 .In esso si costruivano dieci scenari sullo sviluppo globale, intesi a informare e indirizzare le linee dello sviluppo futuro del pianeta; se oggi ci troviamo in una crisi climatico-ambientale, come sociale e produttiva, senza precedenti dal dopoguerra, è soprattutto perché quella Agenda per una Rivoluzione sostenibile è stata ampiamente trascurata se non negata (e ne elenchiamo gli scenari, i cui titoli erano già significativi: Scenario 1: Crisi delle risorse non rinnovabili; Scenario 2: Crisi da inquinamento; Scenario 3: Crisi alimentare; Scenario 4: Crisi da erosione; Scenario 5: Crisi multipla; Scenario 6: Crisi da costi; Scenario 7: Programmazione familiare; Scenario 8: Moderazione degli stili di vita; Scenario 9: Utilizzo più efficiente delle risorse naturali; Scenario 10: Tempestività).

Nello stesso anno l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituiva la Giornata mondiale dell’informazione sullo sviluppo il cui intento dichiarato è quello di richiamare l’attenzione sui problemi legati allo sviluppo e sulla necessità di rafforzare la cooperazione internazionale per risolverli.

Palazzo centrale con Bandiera Onu

“Secondo i propositi della Risoluzione 3038 (XXVII) del 19 dicembre 1972, la celebrazione di questa Giornata sarebbe dovuta coincidere con la Giornata internazionale dell’ONU, il 24 ottobre di ogni anno, al fine enfatizzare il ruolo centrale che lo sviluppo ricopre nella missione delle Nazioni Unite. La diffusione delle informazioni e il coinvolgimento della società civile accrescono la consapevolezza su sfide e opportunità dello sviluppo e incoraggiano così la cooperazione internazionale in questa area".

Siamo ormai sempre più consapevoli di come la diffusione dell’informazione sia un fattore chiave dello sviluppo economico, a sua volta essenziale per promuovere il benessere sociale. Uno strumento per combattere l’esclusione sociale ed economica e muovere verso forme “reali” di democrazia globale. Nel 1986, su questa linea operativa delle Nazioni Unite si è approvata la Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo, il cui primo articolo non a caso recita:

“Il diritto allo sviluppo è un diritto umano inalienabile in virtù del quale ogni persona umana e tutti i popoli sono legittimati a partecipare, a contribuire e a beneficiare dello sviluppo economico, sociale, culturale e politico, in cui tutti i diritti umani e tutte le libertà fondamentali possano essere pienamente realizzati.”

Il bivio di fronte al quale ci troviamo oggi è semplice quanto drammatico: le nuove tecnologie informative, in era di colonialismo digitale, saranno alleate o avverse al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030, che è l’ultimo appello per la salute ambientale, civile ed economica del pianeta?

È questa la domanda da porre oggi nelle nostre comunità.

Il prof. Attilio Scuderi

Il prof. Attilio Scuderi