I fanghi di depurazione tra recupero e smaltimento

Secondo l'ing. Giuseppe Mancini "in Sicilia scontiamo un profondo ritardo rispetto a questo processo che però è ora avviato anche per le infrazioni dell’Ue”

4 Giugno 2018
Alfio Russo

“In Sicilia scontiamo, come spesso accade anche in altri campi, un profondo ritardo rispetto ad una corretta ed efficace depurazione delle acque reflue che però è ora avviata e in maniera accelerata dalle procedure di infrazione dell’Ue alla Sicilia producendo un sensibile incremento di fanghi da smaltire. È quindi ovvio l’interesse dei gestori degli impianti di depurazione nell’applicare le soluzioni tecnologiche affidabili che consentano di minimizzare la produzione di fanghi di supero”. Con queste parole l’ing. Giuseppe Mancini, docente dell’Università di Catania e vice-presidente dell’Associazione nazionale Ingegneri per l’Ambiente e il Territorio, ha aperto lunedì 4 giugno us, nell’aula magna del Polo Bioscientifico, i lavori del seminario su "La complessa gestione dei fanghi di depurazione, tra recupero e smaltimento". Un evento organizzato dal Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Ateneo catanese, dall’Aiat, dall'Ordine degli Ingegneri di Catania e dalla sua Fondazione in collaborazione con Aiat Sicilia, il centro di ricerca Cutgana e il Gruppo Gestione impianti trattamento acque in Sicilia.

Una problematica, quella del trattamento e smaltimento dei fanghi prodotti dai processi di depurazione delle acque reflue urbane, che ha assunto una crescente importanza a livello nazionale e internazionale anche in relazione all’attenzione della Commissione Europea sugli effetti dei microinquinanti organici sugli ecosistemi e sulla salute dell’uomo.

“Negli impianti di depurazione civili e industriali l’adeguamento ai limiti allo scarico delle acque reflue imposti dalle direttive europee ha comportato, per effetto del potenziamento degli impianti esistenti e della costruzione di nuovi impianti di depurazione, un significativo incremento della produzione di fanghi di supero il cui trattamento e smaltimento contribuisce attualmente fino al 50% dei costi di gestione degli impianti, di cui almeno il 10% per il solo smaltimento – ha spiegato il prof. Mancini -. Costi destinati a impennarsi nell’immediato futuro a causa dei blocchi locali all’uso agricolo dovuti alla diffidenza delle autorità che rilasciano le autorizzazioni. In taluni stati o regioni in Europa già è vietato l’uso in agricoltura dei fanghi derivanti dalla depurazione delle acque reflue urbane (Svizzera, Paesi Bassi, Belgio Fiandre), in altri Paesi, al contrario, l’uso è molto diffuso (Regno Unito, Francia, Spagna). In molti casi la diffidenza è legata alla presenza nei fanghi di microinquinanti inorganici, ma soprattutto organici”.

“Di conseguenza i gestori devono operare aumentando il residuo secco dei fanghi prodotti dalla depurazione biologica delle acque reflue, possibilmente con tecnologie a basso consumo energetico, e contestualmente efficientare i loro impianti minimizzando i fanghi prodotti – ha aggiunto il docente -. Al tempo stesso il gestore deve effettuare un maggior controllo sui reflui civili e rifiuti liquidi compatibili con il ciclo depurativo che tratta per non compromettere il riutilizzo dei fanghi. E qui si pone la questione della definizione di acque reflue domestiche e acque reflue urbane scatenata dopo il sequestro di alcuni impianti e che richiede chiarezza interpretativa”.

“La gestione dei fanghi regolare ed ecologicamente sicura richiede infatti lo sviluppo di “normative realistiche e applicabili” appropriate alle circostanze locali e supportate da procedure standardizzate di caratterizzazione e linee guida di buona pratica di gestione – ha aggiunto il docente etneo -.  Occorre, infatti, evitare di adottare limiti generici, non sufficientemente differenziati e giustificati, di dubbia applicabilità, e soprattutto non supportati dalla disciplina europea e da studi relativi agli accertati rischi sulla salute e sull’ambiente. Ciò porterebbe a un grave pregiudizio sulla gestione efficace di tutto il ciclo idrico integrato senza un misurabile vantaggio ambientale e sanitario”.

Tra le soluzioni proposte anche la realizzazione di un “piano fanghi” che, come ha spiegato il prof. Mancini, consiste in “un documento operativo che possa utilmente supportare una politica regionale nel medio e lungo termine per sviluppare al meglio sul territorio una gestione realmente sostenibile delle fasi di trattamento, utilizzo e smaltimento dei fanghi di depurazione”.

“Le autorità preposte al rilascio di autorizzazioni e di controllo devono venire incontro alle esigenze dei gestori con norme e regole che favoriscano il recupero dei fanghi in agricoltura, un processo che in Sicilia potrebbe incontrare gravi difficoltà se non ben attenzionato.” ha concluso l’ing. Mancini. 

I lavori sono stati aperti da Luciano Cosentino (direttore del Di3A), Giuseppe Platania (presidente Ordine ingegneri Catania), Mauro Scaccianoce (presidente Fondazione Ordine ingegneri di Catania), Gaetano Valastro (presidente Ordine dei Chimici e dei Fisici di Catania) e Angelo Siragusa (Gruppo Gestione impianti trattamento acque in Sicilia).

A seguire le relazioni del dott. Giuseppe Mininni e dei docenti, Luciano Cosentino, Andrea Baglieri Giuseppe Mancini e Margherita Ferrante dell’Università di Catania. Presenti nella interessantissima e costruttiva tavola rotonda molti tra i principali soggetti gestori di impianti di depurazione della regione nonché rappresentanti delle ditte di trasporto dei bottini, degli impianti di compostaggio e degli impianti di smaltimento finale. In conclusione dei lavori il prof. Mancini ha proposto la redazione di un documento da parte del Gruppo Gestione impianti trattamento acque in Sicilia che, a firma di tutti i soggetti gestori ma anche delle ditte che effettuano il recupero dell’organico e delle associazioni dei coltivatori possa rappresentare le diverse voci ed esigenze alla Regione avviando un dialogo costruttivo volto alla risoluzione dell’importante problematica