Giornata internazionale per l’accesso universale all’informazione

Intervento di Guido Nicolosi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi al Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania

27 Settembre 2021
Guido Nicolosi

Il 17 novembre del 2015, l’Unesco ha adottato una risoluzione (38 C/70) in cui si dichiarava il 28 settembre la Giornata Mondiale per il Diritto di Accesso Universale all’Informazione (IDUAI).  Nell’ottobre del 2019, anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha raccolto (proclamazione) questa sollecitazione inserendo la giornata nel calendario civile dell’ONU.

Il 28 settembre, dunque, celebriamo un diritto fondamentale, che affonda le sue radici nell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. L’intento primario della giornata è sostenere il diritto di tutti di accedere liberamente, ricevere, produrre informazione, nella convinzione che ciò rappresenti un prerequisito per la cittadinanza attiva, per una società della conoscenza efficace e inclusiva, per la rivendicazione e il sostegno dei diritti umani.

Nel 2020, in seguito allo scoppio della pandemia da Covid 19, la giornata è stata dedicata al diritto all'informazione in tempi di crisi e ai vantaggi derivanti dalla presenza di garanzie costituzionali, statutarie e/o politiche per l'accesso pubblico all'informazione, al fine di salvare vite umane, creare fiducia e promuovere la definizione di politiche sostenibili.

Il tema è di grandissimo rilievo e di stringente attualità e sfida le società contemporanee su alcune grandi questioni “immateriali”, ma dalle ricadute materiali drammatiche e decisive per il futuro delle giovani generazioni. Tra queste, mi limiterò a sottolinearne tre: a) la persistenza e l’ampliamento di un divide informativo tra le società ricche e quelle povere, ma anche all’interno delle stesse società tecnologicamente sviluppate; b) la qualità dell’informazione nell’epoca delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC); c) il ruolo della comunicazione pubblica istituzionale.

Sul primo aspetto, la letteratura scientifica concorda nel riconoscere come l’avvento delle TIC abbia avuto, su scala globale, un effetto ambivalente e contraddittorio. Da una parte, l’avvento di Internet e dei media digitali ha ridotto alcuni “gap di conoscenza” esistenti tra mondo occidentale e Paesi in via di sviluppo; dall’altra, abbiamo imparato come purtroppo questo processo virtuoso non sia sempre generalizzabile. Non sono pochi i casi in cui, al contrario, si sia registrato un aumento relativo del clivage, secondo i pattern definiti dal modello della stratificazione delle diseguaglianze. Secondo tale modello, le sperequazioni, in seguito all’introduzione di innovazioni tecno-scientifiche, non tenderebbero a scomparire, ma a sovrapporsi e cumularsi.

La questione, come detto, riguarda sia la dimensione materiale del problema (infrastrutture tecniche) che immateriale (infrastrutture cognitive). A mero titolo di esempio, se il livello di analfabetismo in un determinato Paese è alto, l’introduzione di Internet non necessariamente porterà a una sua automatica riduzione, ma al contrario potrebbe accentuare il differenziale di accesso all’informazione con i Paesi in cui i tassi di alfabetizzazione sono migliori. Parimenti, se lo sviluppo infrastrutturale di un Paese non è in grado di garantire la diffusione ampia ed equa dell’accesso a Internet, i divari territoriali interni di accesso all’informazione non diminuiranno, ma subiranno un incremento.

Infatti, se nella percezione dell’opinione pubblica, il divario digitale è spesso ricondotto alla dimensione internazionale della distribuzione della ricchezza, in realtà esso è altrettanto rilevante all’interno dei singoli Paesi, ivi compresi quelli definiti a sviluppo economico e tecnologico maturi. Ad esempio, l’Italia da tempo non riesce a fronteggiare efficacemente il divario digitale interno tra Nord e Sud, tra città e campagna, tra quartieri differenti delle città, tra strati sociali della popolazione. Un “gioco” di rinvii incrociati che alimentano esponenzialmente le diseguaglianze.

Gli studi sociali della scienza e della tecnologia hanno ormai dimostrato inequivocabilmente come lo sviluppo tecnologico non sia in grado di garantire, automaticamente o sulla base di “naturali” leggi di mercato, un’equa distribuzione delle sue ricadute. Senza interventi politici e sociali redistributivi mirati e adeguati, coloro che si trovano in condizione di debolezza (donne, minoranze, disabili, ecc.) e che potrebbero maggiormente trarre giovamento dall’innovazione tecnologica, paradossalmente, potrebbero essere destinati a vedere peggiorare le proprie condizioni relative.

Parafrasando una nota affermazione del sociologo olandese Van Dijk, dare a tutti un computer e una connessione a Internet non risolve i problemi di disuguaglianza digitale; anzi, è probabile che ciò possa costituire il momento in cui questi problemi avranno seriamente inizio. A causa delle differenze anche radicali negli “stili d’uso”, solo chi possiede un capitale culturale maggiore sembra essere in grado di mettere in atto più frequentemente pratiche di “capital enhancing”. Per tale ragione, diventa importante oggi spostare il fronte della riflessione dal tema del mero digital divide al tema della digital inequality.

La seconda questione che ritengo necessario evocare in occasione delle celebrazioni del 28 settembre riguarda il nodo centrale della qualità dell’informazione. L’informazione libera, credibile, trasparente e accessibile è il principale prerequisito che le società democratiche moderne e liberali devono possedere. Senza di essa, qualsiasi altro istituto (libere elezioni, pluralismo partitico, ecc.) perderebbe di valore e di significato, come dimostrano innumerevoli esempi storici del passato e del presente. Oggi, una delle principali sfide che le nostre società devono affrontare riguarda proprio la necessità di garantire autorevolezza e attendibilità al processo informativo.

La pandemia da coronavirus ha reso particolarmente evidente ciò che da tempo molti analisti e commentatori denunciavano: la crisi del sistema dell’informazione come istituzione in grado di sostenere la formazione di una pubblica opinione consapevole e critica. Anche a voler tralasciare le questioni pur non secondarie che riguardano gli assetti proprietari, il mercato pubblicitario e le difficoltà crescenti di una già debolissima “editoria pura”, non possiamo esimerci dal lanciare l’allarme sul pericoloso incremento di una informazione eccessivamente sintetica, emozionale, enfatica e decontestualizzata; così come sulla questione dell’affidabilità delle fonti in un sistema sempre più caratterizzato, grazie ai social media, da disintermediazione e sovraccarico informativo. 

La comunicazione durante la pandemia ha riprodotto, fatte salve le dovute e lodevoli eccezioni, sia sui social media che sui media tradizionali, tutte queste criticità. In questo quadro fortemente problematico, che ha certamente inciso sulla stessa gestione dell’emergenza (la rivista Lancet ha parlato con riferimento all’Italia di vera e propria “crisi infodemica”), pesa come un macigno anche la debolezza tutta italiana di una comunicazione istituzionale che fatica a raggiungere gli standard internazionali di professionalità, trasparenza, autorevolezza, accessibilità ed efficacia. Standard particolarmente rilevanti nell’ambito della comunicazione del rischio e dell’emergenza. La comunicazione istituzionale ha mostrato difficoltà di penetrazione, creando un vuoto colmato da attori meno autorevoli che hanno svolto il loro compito molto spesso in modo parziale, incompleto, schizofrenico e sensazionalistico.  

Emblematica la difficoltà registrata dalla comunicazione istituzionale a sostegno della campagna vaccinale. Molti analisti indipendenti avevano messo in guardia rispetto alla necessità di attrezzarsi urgentemente al fine di poter realizzare un’efficace e capillare campagna di comunicazione e informazione all’altezza della sfida. La comunicazione pubblica e sociale ha ormai una ricca tradizione di esperienze da cui poter attingere. Dispiace dover registrare un notevole ritardo nell’attuazione di un simile piano di comunicazione. Ne è derivata una certa politicizzazione e ideologizzazione del dibattito, con l’effetto perverso di aumentare lo spaesamento dei cittadini. Il rischio, non secondario, è quello di registrare in futuro un aumento dello scetticismo diffuso su scienza e istituzioni.  

Il ruolo della comunicazione pubblica e istituzionale è centrale nei processi di modernizzazione. La pubblica amministrazione deve saper costruire con i propri cittadini relazioni fiduciarie basate su una comunicazione trasparente ed efficace. Se questo è vero sempre, lo è particolarmente nelle fasi delicate di una gestione emergenziale. Nei momenti di grave crisi, la popolazione, già provata dall’angoscia e dal dramma della situazione, ha tutto l’interesse ad affidarsi alle azioni esperte delle istituzioni. Quando ciò non avviene e si registrano resistenze, tutti gli addetti ai lavori dovrebbero interrogarsi. Tutti dovremmo chiederci perché la relazione di fiducia non si sia consolidata o si sia rovinosamente degradata.

Inoltre, la popolazione ha bisogno di una comunicazione di crisi che sappia rassicurare e che sia finalizzata a produrre prioritariamente coesione e solidarietà. Quando si registrano spaccature, violenze, individuazione di capri espiatori, ecc. abbiamo il dovere di chiederci in che cosa la comunicazione dello Stato non sia stata all’altezza del compito. Dare una risposta a questa domanda potrebbe evitare le conseguenze nefaste di una rottura definitiva del patto fiduciario che deve sempre sostenere il rapporto con la cittadinanza. La posta in gioco è molto alta. La fiducia è un capitale molto difficile da accumulare e molto facile da disperdere. E la sfiducia è un “virus” contagioso con effetti di lungo periodo da cui è estremamente difficile immunizzarsi.

Il prof. Guido Nicolosi