Dottorati di ricerca, banditi il 5,5% di posti in più rispetto al 2016

Alla Scuola Superiore di Catania presentata la la "VII indagine nazionale Adi sul dottorato e post-doc in Italia". L’offerta registra un'alta concentrazione territoriale, con 10 atenei (di cui 8 del nord) che garantiscono il 42% dei posti

19 Febbraio 2018
M.C.

Una nuova ‘fotografia’ dello stato attuale del dottorato di ricerca in Italia e una piattaforma di richieste, a livello nazionale e locale, per migliorare la condizione degli iscritti del qualificante percorso di studi post-laurea. Venerdì pomeriggio, 16 febbraio, la sezione Adi di Catania - l’associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani - ha tenuto un incontro nella sede della Scuola Superiore per presentare la "VII indagine nazionale Adi sul dottorato e post-doc in Italia".

All’incontro hanno preso parte il rettore Francesco Basile, il presidente della Ssc Francesco Priolo, il delegato del rettore alle Scuole di specializzazione, master e dottorati di ricerca Lorenzo Malatino, il segretario nazionale Adi Giuseppe Montalbano, il coordinatore Adi Catania Enrico Greco e il dottorando in Neuroscienze Carlo Castruccio Castracani, prossimo coordinatore Adi etneo, che ha introdotto gli interventi.

La prima parte della VII Indagine Adi su Dottorato e Post-Doc, che dal 2010 rileva annualmente lo stato del dottorato e della carriera dei giovani ricercatori in Italia, è stata presentata il 5 dicembre scorso al Senato della Repubblica. Per la prima volta dopo molti anni – è stato evidenziato -, i posti di dottorato banditi in Italia registrano un aumento, con 9250 posti a bando, +5.5% rispetto al 2016, ma l’offerta dottorale registra un'alta concentrazione territoriale, con 10 atenei (di cui 8 del nord) che garantiscono il 42% dei posti a bando.

Persiste inoltre un sistema di “compressione selettiva”: il 49% dei posti è bandito dagli atenei del nord, il 29% del centro, il 21% del sud. L’aumento dei posti di dottorato, dunque, non riequilibra le diseguaglianze fra nord, centro e sud. Un altro dato positivo riguarda la diminuzione dei posti di dottorato senza borsa, che passano dal 23.8% del 2016 al minimo storico del 17.7%. “Ci sono notizie buone e altre meno buone – ha osservato il rettore Basile -: in particolare la disomogeneità territoriale deve spingerci a richiedere un maggior numero di posti nelle università meridionali e a sollecitare la Regione e le imprese del nostro territorio a supportare maggiormente i dottorati”.

Per quanto riguarda la tassazione sul dottorato, per la prima volta la rilevazione si concentra sui soli dottorandi titolari di borsa di studio: “Grazie all’impegno di Adi, infatti – si sottolinea nell’indagine -, i dottorandi senza borsa sono esentati dall'inizio del 2017 dalla tassazione”. L’importo medio della tassazione è di poco superiore ai 600 €, ma si registrano forti variazioni tra i diversi atenei. Si va da un minimo di 100 € all’Università di Udine ai 2.230,58 € per l’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

Resta inoltre stabile il numero degli assegnisti di ricerca nell’università (poco più di 13.000). Anche in questo caso, la concentrazione territoriale è elevata e segue solo in parte la dimensione degli atenei per personale e studenti. Il 58% degli assegnisti è al nord , il 26% al centro, e il 20% al sud. La distribuzione territoriale dei ricercatori a tempo determinato di tipo a e di tipo b è molto simile a quella degli assegnisti. Tra le prime 10 università vi sono solo due grandi atenei del centro-sud: “La Sapienza” e Federico II. Lombardia e Lazio risultano in testa alla classifica regionale per numerosità di RTD. È importante notare che nell’anno in corso il saldo complessivo del personale docente è negativo per 922 unità. Il piano straordinario RTDb si è dunque rivelato insufficiente persino allo scopo di tamponare i pensionamenti. “Stiamo cercando di far partire degli assegni di ricerca internazionali – ha aggiunto il rettore – in compartecipazione con altre istituzioni di Paesi partner, per adesso in via sperimentale. Al tempo stesso auspichiamo che il governo faccia in tempo a varare un nuovo piano straordinario per il reclutamento di ricercatori di tipo A e di tipo B, altrimenti sottoporremo la questione al nuovo esecutivo”.

“E’ inoltre opportuno – ha sottolineato il presidente della Ssc Francesco Priolo – lavorare affinché in Italia il titolo di dottore di ricerca assuma lo stesso valore che ha all’estero, in particolare per le aziende private”.

L’indagine dedica infine una sezione dedicata alla rappresentanza dei dottorandi e dei precari della ricerca, che riscontra una situazione estremamente disomogenea a livello nazionale. La rappresentanza dei dottorandi è infatti accorpata il più delle volte a quella degli studenti, determinando una inevitabile penalizzazione, analogamente a quanto avviene per gli assegnisti e i ricercatori a tempo determinato. L’assenza dei diritti di rappresentanza, dunque, penalizza proprio le categorie universitarie più vulnerabili e precarie.

Tale richiesta è stata tra quelle sottoposte al vertice dell’Ateneo in un lungo incontro con i rappresentanti dell’Adi etnea che si è tenuto prima della presentazione, al quale hanno preso parte il rettore, il delegato prof. Lorenzo Malatino, il presidente della Scuola Francesco Priolo, il portavoce dell’Università Antonio Biondi, il coordinatore Adi Catania Enrico Greco, il vice-coordinatore Carmela Bonaccorso, il segretario nazionale Giuseppe Montalbano, il direttore del dipartimento di Scienze chimiche Roberto Purrello, e il dott. Castruccio. “Verificheremo se sia possibile prevedere la presenza di un rappresentante dei dottorandi in Senato accademico, così come suggerito – ha risposto il rettore – e di introdurre opportune modifiche nelle procedure di elezione dei rappresentanti nei consigli di dipartimento e nella Consulta degli studenti. In ogni caso, affronteremo il problema, nella logica di un rapporto chiaro, semplice, trasparente e concreto tra l’amministrazione dell’Ateneo e tutti i componenti della comunità accademica”.