Catania e i suoi acquedotti antichi

Al Monastero dei Benedettini un convegno sul rapporto tra la città e l’acqua

20 Aprile 2017
Giuseppe Melchiorri

Il problema dell’accesso alle fonti d’acqua nell’area urbana dell’antica Katane risale già al I secolo, quando le eruzioni dell’Etna limitarono la portata del fiume Amenano e del lago di Nicito, causando un’evidente limitazione delle risorse idriche. E’ in quel periodo che inizia la storia dell’acquedotto romano di Catania, che nella toponomastica cittadina viene impropriamente definito acquedotto greco. Di questa opera si è parlato nel corso del convegno “Acquedotti in pietra e in celluloide”, organizzato dall’Università di Catania e dall’Associazione Idrotecnica italiana, con il patrocinio dell’Assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, dell’Ordine degli Ingegneri di Catania e dell’Ordine degli Architetti pianificatori, paesaggisti e conservatori di Catania e con l’adesione di Italia Nostra onlus e della delegazione di Catania del Fondo ambientale italiano (Fai) e che si è svolto oggi pomeriggio al Monastero dei Benedettini.

«L'acquedotto romano di Catania, databile alla prima età imperiale – ha spiegato Laura Maniscalco, della Soprintendenza ai Beni culturali di Catania -, portava l'acqua dalle sorgenti poste a Santa Maria di Licodia alla città dove riforniva, fra l'altro, le numerose terme e le fontane pubbliche. Del suo lungo percorso sono stati identificati alcuni tratti, in alcuni punti tuttora conservati su una serie di arcate, in particolare nel territorio di Paternò. Importanti testimonianze dell'acquedotto sono in alcune riproduzioni di Jean Houel e in diverse veduta seicentesche di Catania».

Si trattava della maggiore opera di convogliamento idrico nella Sicilia romana e attraversava per circa 23 km il territorio compreso tra le fonti sorgive di Santa Maria di Licodia (dalla collina panoramica, detta “Botte dell'acqua”, a 400 metri sopra il livello del mare; dalle stesse fonti viene alimentata anche la celebre ‘fontana del Cherubino’, costruita nel XVIII secolo) e l'area urbana dell’antica Katane, percorrendo gli attuali territori comunali di Paternò, Belpasso e Misterbianco prima di giungere al capoluogo etneo, proprio nell’area del Monastero dei Benedettini. Dell'opera originaria – la cui presenza è documentata a partire dall’età dell’imperatore Ottaviano Augusto - restano solo poche tracce: si calcola che avesse una portata di circa 325 litri al secondo e che potesse arrivare sino a 30 mila cubi d’acqua al giorno.

Se la storia dell’acquedotto romano rappresenta la dimostrazione di quanto fosse antico il problema dell’acqua nella città etnea, la vicenda del più recente acquedotto di Cibali, costruito su iniziativa dei monaci benedettini di San Nicola L’Arena, mostra gli effetti dello scontro per i diritti sull’acqua sorti tra clero e aristocrazia etnea. «L’acqua era un argomento spinoso da trattare che aveva impegnato, nel corso del Cinquecento, i ceti dirigenti urbani in una ricerca affannosa di sorgenti e denaro per la costruzione di acquedotti - ha spiegato la prof.ssa Lavinia Gazzè, docente di Storia moderna nel dipartimento di Scienze umanistiche –. Il problema dell’acqua si manifesta a Catania nei primi decenni del XVII secolo, come un tema centrale nella contesa tra i diversi poteri che agivano nel contesto urbano: la popolazione sempre più numerose chiedeva l’acqua, il decoro della città imponeva l’acqua, la nobiltà, che ne aveva già colto la forza come strumento di potere, lottava per il controllo di sorgenti e fiumi».

«In tale contesto – ha spiegato la storica - si pone la particolare vicenda della costruzione dell’acquedotto di Cibali (indicato nei documenti come Cifali). Il primo accordo per canalizzare le acque della sorgente fu definito il 5 luglio 1625 tra il vescovo Innocenzo Massimi e Teodosio, abate del Monastero, all’epoca in fase di costruzione. I monaci avevano un crescente bisogno di acqua, sia per uso proprio, sia per le esigenze del grande cantiere edilizio del complesso monastico: in cambio della concessione della sorgente di Cibali, i Benedettini si impegnarono alla costruzione e manutenzione dell’acquedotto. La fontana del chiostro di ponente del Monastero recentemente restaurata e rimessa in funzione nelle scorse settimane, fu commissionata nel 1644 ed era alimentata proprio da questo acquedotto».

«L’opera – ha continuato la prof.ssa Gazzè - si sviluppava sottoterra per risalire e svettare in alcuni tratti grazie ad arcate e sfiatatoi, trasportando l’acqua fino alle diverse botti distribuite lungo il percorso da Cibali, attraverso la Torre del Vescovo fino alla botte di S. Nicola, secondo uno schema ingegneristico che ricalcava le strutture descritte nell’opera di Frontino “De aquaeductibus Urbis Romae”, del I secolo d.C. Buona parte dell’acqua convogliata era utilizzata dal monastero, ma il vescovo obbligò i monaci alla costruzione di fontane, abbeveratoi e lavatoi pubblici e mise in vendita altre concessioni che furono acquistate dalle più importanti famiglie catanesi: in questo modo, in breve tempo, dell’acqua proveniente dalla sorgente di Cibali beneficiò gran parte della città, oltre a vari terreni agricoli lungo il tracciato».

Questa non fu l’unica opera di questo tipo realizzata dai Benedettini, che dal 1644 al 1649, sotto la direzione dell’abate Mauro Caprara, progettarono e costruirono l’acquedotto della Leucatia, che consentì per la prima volta ai cittadini catanesi l’approvvigionamento idrico senza dover più ricorrere al fiume Amenano e al lago di Nicito, oltre che alle cisterne e ai pozzi privati.

Il convegno è stato aperto dagli indirizzi di saluto del presidente dell’Associazione Idrotecnica italiana (sezione Sicilia orientale) Salvatore Alecci, del direttore del dipartimento di Scienze umanistiche (che ospita l’iniziativa) Maria Caterina Paino, del soprintendente per i Beni culturali e ambientali di Catania Maria Grazia Patanè, del presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Catania Santi Maria Cascone, del presidente dell’Ordine degli Architetti di Catania Giuseppe Scannella, del capodelegazione Fai Catania Antonella Mandalà e del presidente di Italia Nostra onlus (sezione di Catania) Tania Paternò La Via.

Dopo l’intervento introduttivo del prof. Bartolomeo Rejtano, del dipartimento di Ingegneria civile e Architettura (Dicar), l’ing. Catello Masullo, dell’Associazione Idrotecnica italiana ha parlato degli antichi acquedotti romani. «L’acqua è stata nella storia un elemento condizionante la localizzazione degli insediamenti urbani – ha spiegato Rejtano -. Quando questa mancava o scarseggiava si rendeva necessaria la costruzione di opere che rifornissero le città di questo prezioso bene, anche da fonti sorgive non sempre vicinissime». Gli acquedotti rappresentano quindi opere fondamentali per la sopravvivenza stessa dei centri urbani e uniscono elementi artistici e architettonici a tecniche di alta ingegneria. «Gli acquedotti costruiti in età romana – ha sottolineato ancora Rejtano - hanno rappresentato per secoli esempi e sorprendono ancora oggi per l’arditezza della concezione e della progettazione e per la qualità dei materiali e delle tecniche costruttive».

A margine del convegno è stato proiettato il filmato antologico curato dall’ing. Masullo “Acquedotti romani in celluloide”, che ha collazionato spezzoni di film con antichi acquedotti di epoca romana. «Anche l’arte cinematografica – ha spiegato Alecci - è stata attratta dal fascino di queste opere: sono diversi gli esempi di film la cui fotografia si è arricchita della solenne presenza degli acquedotti, tra cui il recente “La grande bellezza”, ma anche “Ben Hur”, “Il marchese Del Grillo” e “La dolce vita”».