“Solida formazione di base, ma percorsi più flessibili e interdisciplinari: le chiavi per il futuro"

Ai Benedettini il presidente della Crui Gaetano Manfredi è intervenuto alla tavola rotonda "Presente e futuro della conoscenza”, momento conclusivo del IV colloquio di ricerca del dipartimento di Scienze umanistiche

30 Ottobre 2017
Mariano Campo

“Le università italiane devono continuare a garantire una solida formazione di base, ma devono anche essere in grado di prevedere percorsi più flessibili per riuscire a stare dietro all’innovazione e ai cambiamenti della società”. Lo ha detto il presidente della Conferenza dei rettori, il prof. Gaetano Manfredi, rettore dell’ateneo Federico II di Napoli, intervenendo venerdì 27 ottobre alla tavola rotonda sul tema “Presente e futuro della conoscenza” che si è tenuta al monastero dei Benedettini.

La tavola rotonda è stata il momento conclusivo del IV colloquio di ricerca del dipartimento di Scienze umanistiche, promosso dai docenti del dipartimento per ragionare e riconsiderare il ruolo degli studi umanistici nella società contemporanea. Due giorni di lavori, incentrati su relazioni e confronti, per riconsiderare il ruolo degli studi umanistici nella società contemporanea, guardando in particolare a tematiche quali la mediazione culturale con i migranti, la conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e la declinazione dei saperi umanistici nell’era del digitale.

Il presidente della Crui è stato introdotto dal rettore Francesco Basile, che ha messo in evidenza “l’anomalia italiana dell’esubero di laureati in discipline umanistiche, proprio nei settori che più faticano a trovare sbocchi occupazionali, a fronte di un numero complessivo di laureati fortemente inferiore alla media dei paesi Ocse”. Problemi, questi, che per il rettore possono superarsi “continuando a puntare sulla qualità della didattica, anche attraverso l’aggiornamento dei docenti, e sull’apertura internazionale dell’ateneo”. “La Sicilia – ha detto il prof. Basile – deve rivolgersi al bacino del Mediterraneo, stringendo accordi di cooperazione che siano finalmente efficaci e produttivi. E’ un’occasione da non perdere anche perché, specialmente nel settore dei beni culturali, Catania e il suo dipartimento di Scienze umanistiche possono diventare realmente attrattivi”.

Il prof. Giacomo Pignataro, già rettore dell’Ateneo, chiamato a moderare la tavola rotonda ha sottolineato la necessità di “interrogarsi sulla validità degli attuali modelli educativi, rispetto ai quali però gli studi umanistici possono ancora una volta a fornire quegli strumenti critici utili per orientarsi nel rapporto con le tecnologie e a filtrare l’enorme quantità d’informazioni che oggi abbiamo a disposizione”.

“Assistiamo a una continua rivoluzione tecnologica – ha detto il prof. Pignataro - associata a un aumento smisurato dell’informazione e della comunicazione, che mettono in discussione le nostre vite ma anche assetti economici, culturali e sociali consolidati. Anche il ruolo stesso di un’istituzione millenaria come l’università viene messo in discussione: oggi la formazione appare ampiamente insufficiente rispetto alle sfide imposte dai frenetici cambiamenti. Ma il futuro non è solo nelle STEM, le discipline scientifiche, tecnologiche ingegneristiche e matematiche, come si crede: contaminazione tra tutte le discipline, anche quelle umanistiche e sociali, e la curiosità che deve continuare ad essere il primo motore di chi fa ricerca possono offrire la soluzione più efficace”.

Dopo aver ascoltato i dati dell’indagine Anvur sull’esito professionale dei laureati, presentati dal prof. Paolo Miccoli, componente del Consiglio direttivo dell’Agenzia nazionale di Valutazione del Sistema universitario e della Ricerca, e le indicazioni sulle caratteristiche dei progetti di ricerca che hanno maggior successo in Europa, valutati più sulla base dell’utilità sociale delle ricerche più che sul numero di pubblicazioni dei loro autori, illustrate dalla rappresentante nazionale per il programma europeo di ricerca Horizon 2020 Vania Virgili, il prof. Manfredi ha esortato tutto il sistema universitario ad avviare tale riflessione: “Per affrontare problemi complessi come quelli che ci sottopone l’attuale società – ha spiegato -, occorrono competenze sempre più multi e inter disciplinari. Il modello formativo delle nostre università, invece, presenta molte rigidità che purtroppo non agevolano i passaggi e la contaminazione tra percorsi formativi differenti, anzi paradossalmente penalizzano chi fa ricerche di frontiera”.

“La nostra prerogativa, di cui essere consapevolmente fieri – ha proseguito - è una solida formazione di base, che in altri Paesi non hanno. Per questo, dobbiamo continuare a offrire agli studenti efficaci strumenti cognitivi di base. Ma al tempo stesso, dobbiamo creare dei percorsi flessibili, aggiornando di anno in anno i programmi, per aiutare i laureati ad orientarsi in un mondo del lavoro in continuo cambiamento”.

Manfredi ha anche citato l’esempio dell’Academy inaugurata nell’ateneo napoletano in collaborazione con Apple: “Introdurre la tecnologia digitale nelle università, non significa certo continuare a fare lezione in modo tradizionale con il proiettore al posto della classica lavagna – ha osservato -; bensì rivoluzionare il modo di tenere lezioni, favorendo l’interattività tra docenti e studenti proprio attraverso i nuovi strumenti che favoriscono un apprendimento più rapido ed efficace”.

“Paesi come la Cina, l’India o la Corea – ha concluso  il presidente della Crui – investono cifre inimmaginabili sui loro sistemi formativi universitari e coltivando i loro talenti. Per fortuna, anche da noi si comincia ad essere consapevoli della nuova centralità delle università: siccome però non abbiamo le stesse risorse a disposizione, dobbiamo essere per primi noi docenti disponibili a cambiare, cercando di governare le trasformazioni senza subirle”.