“Padrini e padroni”, il rapporto tra mafia e tessuto socio-economico

Alla Scuola Superiore di Catania incontro con il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri

7 Giugno 2017
Mariano Campo

“Uno come Riina sa comandare anche solo con gli occhi. E la sua eventuale scarcerazione, lasciatemelo dire, potrebbe diventare un segnale pericolosissimo”. E’ subito un fiume in piena il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, quando gli viene posta la domanda sul recente pronunciamento della Cassazione in merito alla richiesta di scarcerazione per ragioni di salute del ‘Capo dei capi”. “Io la conosco quella gente lì – racconta –, conosco la loro ferocia e la loro simbologia sin da bambino. E oggi che sono un ‘pm di campagna’, in punta di piedi, mi permetto di osservare che il solo fatto che in ventiquattro anni di reclusione Riina non sia diventato collaboratore di giustizia per la forma mentis mafiosa significa che ‘merita ancora grande rispetto’. Volete che non accolgano suoi eventuali desiderata?”.

Il pm calabrese, profondo conoscitore della ‘ndrangheta e di altre organizzazioni criminali, martedì 6 giugno è stato ospite della Scuola Superiore di Catania, nel corso di un incontro con gli studenti sul tema  "Padrini e padroni - La criminalità organizzata, il territorio, il governo", dal titolo di un recente volume scritto dallo stesso Gratteri e dallo studioso Antonio Nicaso. Ad ascoltare le sue analisi – introdotte dal sociologo Carlo Colloca e stimolate dal giornalista de “La Sicilia” Mario Barresi - erano presenti, tra gli altri, il sindaco di Catania Enzo Bianco, il prefetto Silvana Riccio, il procuratore capo della Repubblica Carmelo Zuccaro e il questore Giuseppe Gualtieri.

Tema della giornata era il rapporto tra la criminalità e le imprese, come ha ricordato il presidente della Ssc Francesco Priolo, “nuova tappa di un ricco percorso di approfondimento sulla legalità e sulla lotta al malaffare che rientra tra gli obiettivi didattici della scuola di eccellenza catanese, dimostrando agli studenti che perseguendo con coerenza merito, qualità ed efficienza, anche nel Mezzogiorno un’altra società è possibile”. Ma Gratteri, che ha ricordato con commozione e gratitudine i suoi trascorsi da studente alla facoltà di Giurisprudenza di Catania, non si è affatto risparmiato, esprimendo le sue opinioni sulla scottante attualità e ricorrendo anche alla storia – e in particolare a quella della ‘sua’ Calabria – per cercare di individuare le origini dei rapporti tra criminalità e politica o con esponenti del clero.

“La vicenda di Riina, e i rischi che essa comporta, mi indigna profondamente – ha aggiunto -, perché la storia è piena di gente che muore in carcere. Piuttosto che filosofeggiare, i politici romani dovrebbero pensare a investire sulle carceri, sugli organici della giustizia, sulla polizia penitenziaria, facendo capire all’Europa, in questo momento distratta dalla lotta al terrorismo, che le mafie continuano a prosperare e a fare i migliori affari. E i fondi per i convegni e le passerelle dell’arcipelago antimafioso li destinerei a iniziative di doposcuola per quei bambini che rischiano di diventare la futura manovalanza della criminalità”. Le sue conclusioni ‘politiche’, però, Gratteri le fa precedere da sintetiche ma documentate analisi sulle caratteristiche delle diverse mafie, ricavate a piene mani dalle numerose indagini condotte. “A differenza di Cosa Nostra e del suo profilo stragista – rileva – la ‘ndrangheta ha sempre cercato accordi con le istituzioni, così come oggi fa con le imprese. E dalle sue file provengono meno collaboratori di giustizia, perché la selezione per essere affiliati è più rigorosa, così come il loro addestramento”.

Attraverso questa strategia legata all’uso della corruzione, la criminalità calabrese è riuscita a diventare pian piano essa stessa classe dirigente e imprenditoriale, cogliendo la straordinaria opportunità offerta dalla crisi economica di molte aziende. Anche al Nord, infatti, la ‘ndrangheta grazie ai soldi del traffico di cocaina, è riuscita a corrompere pubblici funzionari, a fare eleggere propri rappresentanti e, in sostanza, a riprodurre gli stessi modelli che avevano garantito il suo potere in Calabria.

L’assist lo ha fornito il prof. Colloca, che ha ricordato la vicinanza tra le discipline sociologiche e le attività giudiziarie, basate entrambe sul ‘fare inchiesta’: “Le crisi e gli eventi straordinari, come catastrofi, emergenze reali o presunte, grandi opere, generano opportunità per le mafie che, da sempre, non mancano un appuntamento. L’altro aspetto su cui riflettere è la cronica povertà urbana, frutto del fallimento di molte politiche urbanistiche in Italia come all’estero, all’interno della quale le organizzazioni si inseriscono offrendo alla popolazione un welfare parallelo, supplendo a ciò che le istituzioni non riescono a garantire”. “Dove c’è da gestire denaro e potere, le mafie ci sono – ha sottolineato Gratteri, citando alcuni esempi delle cronache recenti legate ai centri di accoglienza di Mineo e di Isola Capo Rizzuto, divenuti veri e propri ‘distretti della marginalità’ e del malaffare -. Dove c’è difficoltà e spazio si incuneano. Ma è anche vero che, lì dove hanno bussato, sono stati accolti a braccia aperte: e per quegli imprenditori settentrionali che speravano di ricevere soltanto un prezioso e soprattutto temporaneo aiuto in termini di liquidità, è l’inizio della fine: perderanno tutto, senza possibilità di negoziare. E così, la ‘ndrangheta che vende cocaina, utilizza gli enormi ricavi per comprare aziende, immobili e terreni: tutta questa massa di denaro alla fine droga il libero mercato”.

Ultimo accento sul cosiddetto ‘capitale simbolico’, ossia l’insieme di messaggi di contiguità con il potere che contribuiscono ad affermare il dominio dei boss: i baciamano ai padrini, gli inchini delle statue nelle feste patronali, lo sguardo (e la presenza fisica, se non la stessa esistenza in vita) di Riina, la contiguità con politici e amministratori, quasi impossibile da eradicare, persino attraverso impensabili forme di ‘pubblicità’: “Sono tanti i boss che prendono a cuore le sorti della squadretta di calcio del proprio paese, ovviamente attraverso prestanome: e se poi la squadra vince, sono tutti lì a festeggiare col sindaco, il parroco e le autorità… E la gente guarda ciò che avviene in tribuna d’onore, e capisce…”